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Il presente lavoro si pone l’obbiettivo di mostrare come oggi il tema dell’alimentazione connesso alle migrazioni e alle pratiche confessionali pon-ga nuove sfide in termini di convivenza urbana pacifica tra culture. La ricerca presentata è stata condotta a livello nazionale nel biennio 2020-2021 in mate-ria di mense scolastiche, intese come luogo d’incontro tra culture e pratiche differenti, con l’obiettivo di esplorare il grado di inclusività e apertura rispetto all’offerta menu di tipo etico-religioso. Si cercherà di intendere il momento del pasto condiviso come forma di contatto, sostenendo come il cibo possa essere considerato uno spazio identitario di autoaffermazione e conoscenza dell’Altro.
I Rom, Sinti e Caminanti sono ancora oggi il gruppo sociale maggiormente marginalizzato, quindi diventa significativo attraverso loro riflettere su una delle questioni centrali della nostra epoca contemporanea: la scolarizzazione. L’obiettivo della ricerca è osservare quali miglioramenti sono avvenuti a se-guito di un intervento integrato di politiche socio-educative contro la disper-sione. Questa indagine non è stata incentrata sulla ricerca delle differenze identitarie dei bimbi RSC, ma su quegli elementi e processi di cambiamento a livello integrato che, nonostante la diversità e nella diversità, rendendo la co-munità, la scuola e le famiglie RSC protagonisti del cambiamento attraverso degli interventi integrati, e che possono diventare utili per contrastare la di-spersione scolastica. Per far ciò, la ricerca si è concentrata su un gruppo di Rom di Messina coinvolto in un progetto di politica socio-educativa basato su un approccio integrato, denominato “L’inclusione e integrazione dei bambini Rom, Sinti e Caminanti”, promosso dal Ministero del lavoro e delle politiche sociali e svolto in collaborazione con il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca. Per analizzare ciò ci siamo chiesti: cosa poteva accadere a quegli studenti RSC se il progetto non fosse stato avviato? A tal fi-ne è stata condotta una ricerca controfattuale che, attraverso l’uso di strumenti qualitativi (interviste a testimoni privilegiati, ai docenti e alle famiglie Rom) e quantitativi (alle famiglie e agli studenti), ha permesso la valutazione della va-riazione degli outcome oggettivi. Inoltre, è stato preso in esame un campione di controllo, assimilabile in termini statistici, cioè che presentassero caratteristi-che medie paragonabili e bilanciate, e che non fossero coinvolti nel progetto analizzato. Per avere indicazioni sull’efficacia del progetto sin dal breve pe-riodo siamo andati alla ricerca di esiti osservabili nell’immediato: puntualità alle lezioni; giorni di assenza; interesse dei genitori per l’apprendimento dei figli; voti in matematica/italiano. Quello che è emerso dalla ricerca, rispetto agli indicatori osservati, è che l’intervento integrato ha prodotto una variazio-ne nella direzione attesa, di notevole entità e statisticamente significativa. Se guardiamo al gruppo di controllo notiamo come vi sia una tendenza generaliz-zata al peggioramento nel tempo per gli indicatori d’interesse. Per il gruppo dei trattati, l’intervento integrato ha arrestato o addirittura invertito questa ten-denza provocando il notevole miglioramento in termini relativi.
Il saggio muove le mosse dalla constatazione di questa costitutiva polisemia del concetto di cosviluppo e, più specificamente, intende mettere a fuoco co-me il riferimento ideologico alla nozione di comunità etnica impedisca di leg-gere il potenziale emancipativo e soggettivizzante di questa prospettiva. In questa direzione risulta di grande ausilio la recente riflessione critica sul mul-ticulturalismo e, più specificatamente, la proposta di un suo superamento che è stata offerta attraverso i concetti di super-diversità e di iper-diversità. Alla lu-ce di queste premesse, la seconda parte prova ad utilizzare queste nuove lenti per leggere le esperienze di cosviluppo promosse e realizzate nel quadro di una politica pubblica regionale (Regione Toscana). Si vedrà come l’uso di queste nuove categorie consente la disambiguazione delle strategie progettuali che diverse reti di soggetti con background migratorio hanno mobilitate sulla base del riferimento all’originario contenitore concettuale del cosviluppo.
Questo contributo affronta il concetto di cittadinanza affettiva per interpretare le trasformazioni sociali, affettive e politiche prodotte dalle migrazioni forza-te. Il concetto mette in luce come ogni politica prefiguri implicitamente model-li relazionali che prescrivono ai cittadini cosa devono provare verso sé stessi, verso gli altri e verso gli “esterni”. Se molti studi si sono focalizzati sul modo in cui si può “governare attraverso l’affetto”, ben pochi si sono concentrati sul modo in cui attraverso le emozioni si possono trasformare i confini morali che alternativamente includono ed escludono. Questo articolo, analizzando il coinvolgimento solidale dei membri della società civile nei confronti di mi-granti, richiedenti asilo e rifugiati, esplora le condizioni in cui l’affetto emerge da rotture di abitudini consolidate, trasformando i confini morali che sosten-gono e legittimano disuguali distribuzioni di risorse, potere e diritti tra gli in-dividui.
Negli ultimi anni in Italia viene formalizzata la figura di tutore volontario per minori non accompagnati (Legge n. 47/2017). Si tratta di una figura al confine tra attività volontaria e attività istituzionale, tra ruolo formale e informale, senza un modello di comportamento ancora ben definito e regolamentato. Il tutore non è un genitore adottivo o affidatario, tuttavia, essendo tenuto ad oc-cuparsi del benessere materiale ed emotivo del minore, deve stabilire con lui un rapporto definito come “genitorialità sociale”, aiutandolo a interiorizzare norme e comportamenti del contesto di arrivo. Ciò in sociologia è noto come “processo di socializzazione”, e nella sua forma primaria è in genere gestito dalla famiglia di appartenenza. L’articolo si interroga sul ruolo dei tutori vo-lontari nella transizione dei minori soli da un universo sociale all’altro, da una socializzazione all’altra, sul concetto di ‘genitore sociale’ e sulle reti che sup-portano questo ruolo a livello istituzionale, professionale e di società civile.
Il ruolo tutore volontario, così come disciplinato dal formante legale (Legge 47/2017), è strettamente connesso alla sua funzione di rappresentante legale del minore straniero non accompagnato. Nonostante tale aspetto sia innega-bilmente quello prevalente, nell’esperienza concreta, il rapporto tra tutore vo-lontario e MSNA può assumere le caratteristiche di una forma sui generis di genitorialità sociale. Attraverso alcune interviste effettuate a tutori e tutrici volontarie del territorio torinese, l’obiettivo degli autori è quello di tratteggia-re le manifestazioni di questa configurazione di genitorialità sociale, soprattut-to in relazione alla dimensione trans-nazionale e trans-culturale in cui si inse-risce il minore.
Il contributo propone un’esperienza di accoglienza di studenti rifugiati a Messina nell’ambito dei cosiddetti Corridoi universitari. L’obiettivo è quello di implementare il repertorio di esperienze di buone pratiche di accoglienza. In particolare si descrive come l’azione progettuale delle famiglie tutor, proposta nell’ambito del protocollo di intesa tra i diversi partner, ricopre tre funzioni principali: di socializzazione ai contesti e di apprendimento (delle regole for-mali e informali, dei rituali), di mediazione con le persone autoctone e di con-tatto relazionale. Il punto di vista è quello degli operatori sociali nell’ambito di un’esperienza di accoglienza specifica. L’attenzione è posta sulle strategie e sulle conoscenze usate per costruire un’accoglienza che faciliti l’autonomia, la garanzia e la promozione dei diritti delle persone rifugiate.
While the importance of the relationship between school and family in ensur-ing successful education is widely acknowledged, this recognition is not con-sistently mirrored in the educational practices of European schools. At times, this relationship is affected by the bias that pupils with migratory backgrounds come from families with limited educational backgrounds who need to bridge the gap to acquire the knowledge and culture of the host country. This paper aims to consider pupils coming from Arab countries as belonging to families who already possess an educational habitus, acquired in their home countries, which influences their interaction with schools in the host countries to some extent. The issue is dealt with starting from a Ph.D. research focusing on the educational experiences of Arabic-speaking pupils, parents, and teach-ers across Arab and European countries. Additionally, insights are drawn from the Erasmus Plus Project “ParentAble - dealing with parents of newly migrated pupils” that considers the experiences of families coming from Arab countries.
Cet article explore les formes de configurations familiales et de « faire fa-mille » des anciens exilés chiliens obligés de se séparer d’une partie de leurs proches en raison de la persécution politique. Il s’agit d’examiner les effets de l’exil sur le fonctionnement familial et les manières d’y faire face afin de maintenir des liens à distance avec les proches ou de les réactualiser à travers des contacts directs avec eux. Les configurations qui se déploient dans deux périodes sont analysées : celle de l’exil qui va du moment de départ à la fin de la dictature en 1989, puis celle du post-exil où le retour ou le contact direct avec le Chili sont à nouveau possibles. Il s’agit donc de comprendre ces diffé-rentes logiques de fonctionnement familial déclenchées au départ par le coup d’Etat militaire il y a 50 ans. L’article s’appuie sur des entretiens et des obser-vations avec une vingtaine de familles que l’auteur a pu suivre depuis les an-nées 1980 et revoir à des intervalles réguliers. Mots-clés : exil ; configurations familiales ; Chiliens ; familles transnatio-nales ; retour.
Le autrici presentano una ricerca condotta in Calabria sull’esperienza della paternità nella migrazione forzata. La questione della paternità è stata trala-sciata negli studi sulle famiglie transnazionali e comincia ad essere presente nelle analisi sulla genitorialità nelle migrazioni forzate a partire dalla crisi mi-gratoria del 2015. L’attenzione viene rivolta soprattutto alle barriere ai pro-cessi di inclusione sociale ed economica dei padri e su come queste impattino sull’esercizio della paternità. L’articolo propone di mutare la prospettiva di analisi dal contesto di arrivo, ai processi di soggettivazione dei padri mettendo in evidenza come la migrazione determini una peculiare presa di coscienza e messa in discussione della paternità, che ingenera forme ibride ed “emergenti” di genitorialità.
This article explores how the case of refugee families highlights the challenges faced by migrant families, particularly in the experience of transnational fami-ly-making. The analysis is based on two different ethnographic research, (2014-2016) and (2017-2018), which collected qualitative data by means of semi-structured interviews with first-generation Kurdish refugees. The results show that the experiences of ‘forced migration’ and ‘forced settlement’ affect family relationships mainly at the affective (ties and relationships) and norma-tive (roles and expectations) levels, and that at each migration stage the com-bination of these spheres changes, weighing differently on family relation-ships.
Il ruolo giocato dalle famiglie nella riuscita dei percorsi di inserimento è am-piamente riconosciuto, ma assai poco tematizzato e valorizzato nelle pratiche e nelle politiche rivolte ai migranti sui territori di arrivo. L’approccio indivi-dualizzante al migrante sollecita processi di infantilizzazione e spesso impone separazioni forzate anche dai legami familiari. Il numero monografico vuole porre l’attenzione sul transnazionalismo che caratterizza le vite di molti mi-granti, sulla trasformazione che investe i modelli familiari sia per i minori e gli adulti soli che con-vivono con famiglie rimaste nei luoghi di origine, sia per le famiglie che affrontano sul territorio di arrivo la rinegoziazione dei ruoli e del-le aspettative genitoriali.
Gli studi sulle migrazioni possono essere divisi in due grandi filoni a seconda del loro oggetto precipuo: da un lato, la mobilità delle persone; dall’altro, la loro incorporazione nei luoghi di destinazione. Questa seconda tematica è preponderante, sia nel dibattito teorico e pubblico che nella ricerca empirica degli ultimi decenni. La mia attenzione si concentra invece piuttosto sulla pri-ma, sviluppando una sociologia della mobilità umana. Analiticamente, lo stu-dio della mobilità può assumere due prospettive distinte ancorché convergenti – una centrata sugli attori sociali, l’altra sui sistemi di regolazione. In questa nota, rendo conto in maniera sintetica delle ricerche da me promosse sulla re-golazione globale della mobilità transnazionale, e in particolare sulle condi-zioni di ottenimento dei visti di ingresso e sulla natura delle frontiere interna-zionali terrestri. I risultati di queste ricerche offrono nuove evidenze sulla di-visione del pianeta in un Nord e un Sud e mostrano ulteriori sfumature nella distribuzione delle chance di mobilità transnazionale e della libertà di circola-zione di cui godono gli individui su scala mondiale.
Helen Keller, bambina sordo-cieca fin dal secondo anno di vita, descrive, nella sua autobiografia, la sua infanzia e il carattere dei suoi familiari più stretti. Anne Sullivan, l’insegnate che riuscirà a connetterla con il mondo, è un esempio imprescindibile per chi voglia misurarsi con le dinamiche relazionali di una famiglia dolorosamente disfunziona-le.
Gli autori sostengono che ci siano valide ragioni per prendere in considerazione le dinamiche del gruppo di pari quando, tra colleghi, si analizza materiale di casi clinici trat-tati psicoanaliticamente. Il setting e la tecnica devono tutelare e facilitare sia colui che presenta il caso, sia i membri del gruppo nel loro comune lavoro. Scopo di questo artico-lo è discutere le problematiche relative alla presentazione e discussione di materiale cli-nico psicoanalitico in un gruppo di colleghi (tra pari) e descrivere un metodo specifico definito dagli autori Weaving Thoughts – Tessitura di pensieri - che ha tratto la sua fon-damentale ispirazione dall'affermazione di Bion pensieri in cerca di un pensatore. I par-tecipanti al gruppo riflettono sul materiale clinico presentato in un modo che gli autori descrivono metaforicamente come la creazione di una trama di pensieri che emerge dal materiale stesso. L’obiettivo del metodo è quello di favorire un clima da gruppo di lavoro che permetta ai pensieri di vagare liberamente scongiurando che i membri mettano in di-scussione e compromettano l'integrità di ciascuno a causa dell'imporsi degli assunti di base. Il metodo viene descritto da un punto di vista sia teorico che pratico, con la descri-zione di due seminari condotti seguendo questo modello e, infine, attraverso una discus-sione sui vantaggi e gli svantaggi che può presentare.
La formazione in terapia psicoanalitica della coppia e della famiglia è emersa in Francia all’inizio degli anni Ottanta. Si trovava al crocevia di numerose influenze, tra cui l’approccio sistemico, la psicoterapia madre-bambino, la terapia di coppia. Tra i pionieri c’erano Jean Lemaire e André Ruffiot. Nel corso del tempo, l’approccio psicoanalitico ai gruppi, seguendo il lavoro di Didier Anzieu (1985) e René Kaës (1976; 2007; 2015), è diventato sempre più influente sia in termini teorici che clinici. Oggi esistono più di una dozzina di associazioni di formazione, ognuna con la sua storia specifica, ma tutte impe-gnate in scambi frequenti e fruttuosi. Questo articolo passa in rassegna l’attuale panora-ma in Francia del processo di formazione, inteso da una prospettiva clinica. Vengono discussi i diversi contesti, con particolare attenzione alla formazione online.