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La cittadinanza italiana: legislazione attuale e prospettive
Titolo Rivista: AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI 
Autori/Curatori: Manuela De Marco, Maria Marta Farfan 
Anno di pubblicazione:  2004 Fascicolo: Lingua: Italiano 
Numero pagine:  16 Dimensione file:  82 KB

La cittadinanza implica il massimo grado di appartenenza di una persona ad uno Stato, tale per cui essa diviene titolare di tutti i doveri e i diritti costituzionalmente garantiti. In Italia, dopo il 1865, si sono avute appena due leggi organiche in materia, peraltro ad intervalli considerevoli l’una dall’altra e dunque a copertura di fasi storiche fra loro profondamente diverse. La legge del 1992, che ha sostituito quella del 1912, è stata approvata quando in Italia si era ormai da tempo affievolita la spinta migratoria verso altri paesi e cominciava invece ad essere sempre più consistente il flusso di immigrati che si stabilivano in Italia; tuttavia con questo intervento, il legislatore non ha mostrato una decisa volontà riformatrice rispetto al passato. Il criterio principale di attribuzione della cittadinanza è rimasto quello della nascita da un cittadino, mentre, pur essendo prevista la naturalizzazione a seguito di 10 anni di residenza legale continuativa nel paese, la modalità più utilizzata è il matrimonio con un italiano/a, su cui si basa oltre il 90% delle concessioni effettuate nel 2002. Il dibattito per la modifica della legge, connesso con quello sul diritto di voto agli immigrati, è tuttora in corso, e si concentra principalmente sulla previsione dell’acquisto automatico della cittadinanza dalla nascita da parte di bambini nati in Italia da genitori stranieri legalmente residenti, e la riduzione del requisito della residenza legale per gli stranieri non comunitari (dagli attuali dieci anni a sette o cinque anni). L’acquisizione dello status di cittadino, come sottolineato nella comunicazione della Commissione su immigrazione, integrazione e occupazione del giugno 2003 (COM 2003 336 def) è un mezzo per agevolare l’integrazione è importante perché stimola il senso di appartenenza alla vita nazionale e, inoltre, conferisce la piena fruizione dei diritti civili, garantendo de jure la partecipazione alla vita politica, civile, sociale, economica e culturale dello Stato membro.


Manuela De Marco, Maria Marta Farfan, in "AFFARI SOCIALI INTERNAZIONALI" 3/2004, pp. , DOI:

   

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