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Migranti, schiavi, rinnegati. Mobilità e traffico di esseri umani nel Mediterraneo di età moderna (secoli XVI- XVIII)
Titolo Rivista: MONDI MIGRANTI 
Autori/Curatori: Michele Bosco 
Anno di pubblicazione:  2020 Fascicolo: Lingua: Italiano 
Numero pagine:  0 P. 137-162 Dimensione file:  261 KB
DOI:  10.3280/MM2020-001008
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Inserendosi nell’ambito degli studi sulle migrazioni (campo - non occorre dirlo - amplissimo), il saggio qui proposto intende portare l’attenzione su un particolaris-simo tipo di migrazione in età moderna: la migrazione "forzata" che riguardò mi-gliaia di uomini e donne, tratti in schiavitù sull’una o l’altra sponda del Mediterra-neo, scambiati come merce, venduti e trattati alla stregua di ogni altra derrata. Questo fenomeno, seppur sotto forma di un lento stillicidio, sul lungo periodo as-sunse i caratteri di una "deportazione" forzata e massiva. Secondo alcuni storici, infatti, nei tre secoli dal 1520 al 1820 furono più di un milione e duecentomila i cristiani catturati da pirati e corsari e ridotti in schiavitù solo sul versante maghre-bino (nelle città costiere di Algeri, Tunisi e Tripoli, allora formalmente vassalle dell’Impero ottomano) e forse altrettante a Istanbul. Se si considerano anche tutti i musulmani razziati da navi cristiane e ridotti in schiavitù in Europa, alcune stime suggeriscono che il numero complessivo di schiavi e captivi, su entrambi i versanti, potrebbe ascendere a oltre due milioni e mezzo. Tale fenomeno di deportazione massiccia produsse altri fenomeni collaterali, alcuni migratori in senso fisico, come lo spopolamento in vaste regioni costiere della Sardegna a partire dalla prima età moderna, altri migratori in senso "confessionale", come dimostra il gran numero di rinnegati (cristiani convertitisi all’Islam in terre musulmane), molti di essi ex schiavi (ma non tutti, come si dirà nel saggio) che intendevano in tal modo migliorare le proprie condizioni di vita e, magari, tentare la fuga per fare ritorno in patria. Ma la schiavitù mediterranea tra Cinque e Settecento ebbe soprattutto forti implicazioni economiche. Tale fenomeno, alimentato e reso possibile in grandissima parte da un’attività violenta e dai contorni legali incerti - tanto da fare parlare spesso indi-stintamente di guerra da corsa e di pirateria - determinò la nascita e lo straordinario sviluppo, tra primo Cinquecento e oltre la metà del Settecento, di un vero e proprio settore economico che la storiografia recente ha definito, con una fortunata espressione, il «commercio dei captivi». Quel traffico di esseri umani attraversò frontiere religiose, politiche e giuridiche e fu caratterizzato da un indice di rischio elevato, a causa della natura delle transazioni, che si svolgevano in un contesto di ostilità o di violenza latente. Malgrado ciò, non si trattò di un insieme di operazioni isolate e contingenti, bensì «d’un commerce pérenne et régulier». L’attività di ri-scatto degli schiavi o captivi, sua diretta conseguenza, costituì, data la natura della merce scambiata, un settore economico straordinariamente lucrativo: riscattare schiavi era un affare, che prometteva guadagni considerevoli e attirava attori da ogni parte del Mediterraneo.


Keywords: Schiavitù; migrazioni; deportazioni; traffico di esseri umani.

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Michele Bosco, in "MONDI MIGRANTI" 1/2020, pp. 137-162, DOI:10.3280/MM2020-001008

   

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