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Il DM 77/22 individua nelle Case di Comunità (CdC) il fulcro dell’assistenza territoriale. In un contesto di scarsità di risorse, l’inserimento dei Servizi per le Dipendenze (Ser.D.) nelle CdC è una leva manageriale strategica per gestire i bisogni di “primo livello” (bassa intensità) nei consumatori di sostanze non complessi. Il lavoro analizza la skill mix dell’équipe di prossimità (psicologi, educatori, assistenti sociali, infermieri) e l’uso della telemedicina nel raccordo Hub-and-Spoke con il Ser.D. specialistico. Vengono infine confrontati quattro modelli operativi di clinical governance (Referral, Consultation-Liaison, Stepped-Care e Collaborativo) per orientare le Direzioni Generali e strategiche dell’Aziende Sanitarie tra strategie verticali (per patologia) o orizzontali (Population Health), ottimizzando l’appropriatezza.

La sospensione completa della terapia metadonica nei pazienti con disturbo da uso di oppioidi in trattamento sostitutivo di lunga durata rappresenta una delle fasi più complesse del percorso terapeutico.
Nella pratica clinica il tapering progressivo del metadone risulta frequentemente ben tollerato fino a dosaggi molto bassi, mentre la fase terminale della sospensione definitiva appare spesso caratterizzata dalla comparsa di sintomi soggettivi residuali che impediscono il completamento del trattamento, configurando il cosiddetto “last mile” della sospensione metadonica.
Obiettivo del presente lavoro è descrivere tre pazienti seguiti presso il Ser.D. di Monza, in trattamento metadonico da molti anni, nei quali la riduzione progressiva del dosaggio risultava sostanzialmente arrestata ai bassissimi dosaggi, senza possibilità di raggiungere la completa sospensione nonostante ripetuti tentativi.
In tutti i casi i pazienti presentavano stabilità clinica e tossicologica, assenza di ricadute e buona tollerabilità delle progressive riduzioni posologiche.
Le difficoltà emergevano esclusivamente nella fase terminale dello scalaggio ed erano caratterizzate prevalentemente da sintomi soggettivi quali irrequietezza interna, agitazione, insonnia, discomfort psicofisico e instabilità emotiva, in assenza di una sindrome astinenziale oppioide maggiore.
Durante la fase conclusiva del tapering veniva introdotta Passiflora incarnata e.s. alla dose di 600 mg/die per tre mesi.
Nei casi osservati tale intervento risultava associato al completamento della sospensione della terapia metadonica, con buona tollerabilità clinica, mantenimento della stabilità tossicologica e follow-up negativo su matrice cheratinica protratto per sei mesi dopo la sospensione completa del metadone.
Alla luce delle proprietà modulatorie gabaergiche della Passiflora incarnata, i dati osservati suggeriscono una possibile utilità della fitoterapia nella gestione dei sintomi residuali che caratterizzano la fase terminale della sospensione metadonica di lunga durata.

La relazione tra alimentazione e Disturbi da Uso di Sostanze (DUS) rappresenta un ambito emergente nella ricerca e nella pratica riabilitativa.
L’assunzione prolungata di sostanze altera il metabolismo, la regolazione emotiva e i sistemi di ricompensa, influenzando profondamente il comportamento alimentare.
Il presente studio analizza un intervento psicoeducativo e riabilitativo centrato sulla consapevolezza alimentare, condotto presso le comunità terapeutiche Casa Lamar e Casa di Giano, gestite dal Centro Trentino di Solidarietà.
L’obiettivo è esplorare il contributo del Tecnico della Riabilitazione Psichiatrica (TeRP) nella promozione di stili di vita sani, nella regolazione emotiva e nella costruzione di routine funzionali.
I risultati qualitativi evidenziano miglioramenti nella consapevolezza corporea, nella gestione del craving, nella partecipazione alle attività quotidiane e nella qualità della vita percepita.
L’integrazione tra intervento nutrizionale, mindful eating e lavoro di équipe emerge come una strategia efficace per sostenere la recovery nei DUS.
Tuttavia mancano protocolli operativi replicabili che guidino l’implementazione di interventi alimentari nei contesti comunitari.
Questo articolo colma tale lacuna proponendo un protocollo strutturato e riproducibile, basato sull’esperienza condotta presso Casa Lamar e Casa di Giano.

Introduzione: Il naltrexone è un antagonista dei recettori oppioidi approvato per il trattamento del disturbo da uso di alcol e oppioidi. È stato esplorato off-label per la modulazione di comportamenti compulsivi e del discontrollo degli impulsi.
Nei disturbi dello spettro autistico (ASD), gli studi controllati non hanno dimostrato benefici consistenti sui sintomi nucleari; sono stati invece riportati risultati eterogenei su manifestazioni comportamentali associate.
Presentazione dei casi: Riportiamo due casi.
Il Caso 1 riguarda un adulto con ASD e disabilità intellettiva con grave compulsività alimentare, con riduzione clinicamente significativa delle abbuffate e del peso dopo introduzione di naltrexone 50 mg/die e peggioramento riproducibile durante sospensioni programmate.
Il Caso 2 riguarda un giovane adulto con ADHD dell’adulto e comportamenti compulsivi sessuali e ruminativi percepiti come invalidanti, con netto beneficio dopo introduzione di naltrexone 50 mg/die.
Conclusioni: In pazienti selezionati con disturbi del neurosviluppo e compulsività clinicamente rilevanti, il naltrexone può rappresentare un’opzione adiuvante off-label orientata al sintomo; sono necessari studi prospettici con misure standardizzate.

Il craving si riferisce a un'esperienza soggettiva di desiderio intenso, un'urgenza di usare una sostanza o di impegnarsi in un comportamento [Drummon et al., 2001, Drummond et al. 2002]. Attualmente, il craving è riconosciuto come uno dei criteri principali per la diagnosi dei disturbi correlati a sostanze e dei disturbi da dipendenza (DSM5, Apa, 2013), incluso nel raggruppamento di criteri relativi alla compromissione del controllo dell'uso di sostanze ed è un fattore centrale nel mantenimento della dipendenza (Hasin et al., 2013; Romanczuk-Seiferth, Van Den Brink e Goudriaan, 2014). Secondo il DSM-5, il craving può essere definito come un'"urgenza o desiderio intenso" prontamente stimolato da fattori interni ed esterni precedentemente associati alla sostanza, elementi in grado di svolgere un ruolo di "trigger", ovvero di "innesco", che innesca, attraverso un meccanismo di condizionamento e per associazione di idee, il desiderio di gratificazione ottenuta chimicamente (Tiffany e Conklin, 2000). Due forme distinte di craving dal punto di vista delle aspettative del paziente: da un lato, la preoccupazione di assumere la sostanza per evitare l'astinenza, definita "craving negativo"; dall'altro, la compulsione verso la sostanza guidata dall'aspettativa di incentivi, di gratificazione. In questo caso, la ricerca di una "ricompensa" produrrebbe un "craving positivo". (Tiffany e Conklin, 2000) La ricerca ha dimostrato che il craving è qualitativamente simile in tutti i domini target, inclusi alcol e tabacco (Castellani e Rugle, 1995; Field, Schoenmakers e Wiers, 2008). Negli ultimi 40 anni, sono stati proposti diversi modelli per concettualizzare il craving; i modelli comportamentisti lo hanno concettualizzato come un epifenomeno dei processi di condizionamento classico e operante (ad esempio, Ludwig e Wikler, 1974; Stewart, Dewit e Eikelboom, 1984), mentre i modelli cognitivi hanno sottolineato che il funzionamento cognitivo di ordine superiore e il modo in cui vengono elaborate le informazioni sono centrali nell'attivazione del craving (Tiffany, 1999). Tra i costrutti cognitivi proposti negli ultimi anni vi è quello del "pensiero del desiderio" o pensiero di volere, che sembra svolgere un ruolo nell'escalation e nella persistenza del craving negli individui dipendenti (Caselli & Spada, 2010, 2011; Kavanagh et al., 2009). Lo scopo di questo breve articolo è quello di stimolare, tra i clinici che lavorano con pazienti affetti da disturbi da uso di sostanze (SUD), una riflessione sulle analogie esistenti tra il costrutto e il meccanismo d'azione del "pensiero del desiderio" e quello della "tentazione" così come teorizzato dai Padri della Chiesa. L'analogia e il paragone tra tentazione e pensiero del desiderio vanno qui intesi come del tutto scevri da connotazioni etico-morali e/o religiose e considerati solo ed esclusivamente come un confronto tra due costrutti cognitivo-emotivi ben definiti. Nei resoconti narrativi dei pazienti, sia laici che cattolici, raccolti da terapeuti clinici (sia laici che cattolici), le espressioni "tentazione" e "liberazione" relative al craving sono spesso presenti. Alla fine dell'articolo discuteremo la possibilità di modificare queste strategie di coping disfunzionali e disadattive.

Iolanda Anna Baccigalupi, Mariangela Acernese, Giuseppe Antonio Scioli, Luigi Perna

Il gioco d’azzardo patologico e il senso di appartenenza. Un confronto tra modalità differenti di “fare” gruppo nell’esperienza campana e molisana

MISSION

Fascicolo: 74 / 2026

Nella complessa dimensione della ludopatia, il gruppo apre un nuovo capitolo, con pagine da riscrivere con la premessa necessaria della diffidenza, della cautela, della profezia che si autoavvera.
Il giocatore si sperimenta su un terreno che non ha mai conosciuto, lo ha fatto in parte o che deve ritrovare nella memoria degli affetti. Uscire dall’isolamento vuol dire mettersi a nudo e questo richiede, in primis, accettare gli “abiti” in cui è costretto dal gioco.
Armonizzare quelle parti stridenti degli affetti spontanei con tutte quelle volte in cui ha tradito le sue priorità è mettersi allo specchio e guardare e sfidare l’immagine che tanto si sforza di rinnegare. Il gruppo farà da cassa di risonanza aprendo tutte le ferite ignorate e nel contempo, una sorta da “ammortizzatore” perché contatta la condivisione, l’assenza di giudizio l’empatia tra simili.
Riemerge la rassicurazione del senso di appartenenza e la prospettiva di un tessuto sociale in cui ritrovare la voce e un ruolo, mette il giocatore nella condizione di ascoltare ed essere ascoltato.
Si esplorano tre differenti modi di condurre il gruppo di auto-aiuto, due delle quali su territori diversi (Campania e Molise); si delineano, così, risorse e limiti di percorsi in presenza dei familiari, con i soli giocatori ludopatici e di una graduale evoluzione da una modalità all’altra.

Gloria D'Angelo, Isabella Baglioni, Chiara Gatti, Stefano Marcelli, Jasmine Eddhima

Stress, shift work and substance use among nurses: A single-centre experimental study

MISSION

Fascicolo: 74 / 2026

Introduction: Burnout is a form of chronic work-related stress characterised by emotional exhaustion, detachment and reduced fulfilment. It can lead to dysfunctional coping mechanisms, such as self-medication for stress, anxiety and insomnia. In the healthcare sector, access to medication can contribute to addiction, posing risks to both healthcare professionals and patients. This study investigates coping mechanisms and addiction among healthcare professionals.

Materials and methods: This cross-sectional study was conducted from 12 January to 13 March 2026 at the Local Health Authority (AST) in Ascoli Piceno. The survey involved a sample of 174 nurses using a questionnaire comprising a sociodemographic section and the ASSIST test, ensuring their privacy.

Results: The sample was predominantly female (75%), with high heterogeneity (90%) in the reasons for leaving the profession. Although 80% reported strong family support, 59% experienced critical environmental stress and 20% had difficulty separating their private life from work. This is associated with smoking habits: daily use in 37% and cravings in 28%, with moderate risk.

Discussions: Significant gender differences emerged, in line with the Glass Escalator Theory and the biological-hormonal component.

Conclusions: The ASSIST test identifies tobacco as the most prevalent substance, followed by sedatives, with moderate risk. The study highlights the need for prevention, organisational support and the reduction of stigma.