Con la proposta freudiana di Inconscio, nonché con la nascita della terapia psicoanalitica, l’uomo scopre una pluridimensionalità di significati rispetto al suo pensare, al suo agire e al suo modo di esprimere il dolore. Il modello di conoscenza e di cura psicoanalitico è specifico, orientato al rimosso, e questa peculiarità ha comportato da sempre l’attivazione di assetti difensivi sia a livello individuale sia a livello socio-culturale. Lo scritto propone una riflessione su come una certa forma di sapere può assumere una funzione ingannevole e illusoria a scapito di una conoscenza più intima, complessa e radicata della persona. Attraverso un caso clinico l’autore mette in evidenza come una modalità di conoscere sbilanciata sul piano dell’apparenza e povera sul piano dell’esperienza soggettiva possa favorire una forma di sapere difensiva piuttosto che una visione più articolata dell’essere umano. La conoscenza può venire intaccata e diventare artificiosa, svuotata di senso e di significato. Anche per questo, il pensiero e la pratica psicoanalitica sono e devono rimanere custodi di una pluralità e di una complessità che, altrimenti, rischiano di assottigliarsi e di essere ridotte a scapito di un sapere utilitaristico e de-umanizzante che impoverisce la complessa realtà umana.