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This article examines forms of housing marginality in which continued access to hou-sing coexists with relational isolation and impoverished dwelling practices. Drawing on a qualitative corpus developed over approximately ten years through observations, home visits and interviews in urban settings in Piedmont, it introduces the concept of dwelling of de-spair to describe the dissociation between continued housing and the loss of its social func-tion, discussing its implications for sociological analysis and welfare systems.
Il training psicoanalitico dovrebbe integrare sistematicamente una attenzione per la ricerca empirica e per il pensiero critico. Viene ripercorsa la tradizionale diffidenza della psicoanalisi verso la ricerca empirica, mostrando come l’affidamento quasi esclusivo alla ricerca clinica e alla opinione di figure autorevoli abbia limitato il progresso della disciplina. Pur riconoscendo i limiti della ricerca empirica, ne viene sottolineato il valore nel verificare ipotesi, correggere errori e arricchire la pratica clinica, soprattutto attraverso gli studi sul processo e su casi singoli rigorosamente documentati. Il training psicoanalitico dovrebbe preparare gli allievi alla discussione critica dei risultati delle ricerche, favorire il confronto tra prospettive teoriche diverse e offrire una maggiore apertura ai contributi delle altre discipline e delle scienze sociali. Solo una cultura della verifica e del dubbio può garantire vitalità e credibilità alla psicoanalisi.
Questo articolo è una “Lettera al Direttore” pubblicata nel n. 6/2013 dell’International Journal of Psychoanalysis in risposta a un articolo dal titolo “Lettera da Basilea” di Dieter Bürgin pubblicato nel n. 6/2012 dell’International Journal. Viene argomentato che Dieter Bürgin ha ricostruito in modo non corretto la storia del “Seminario Psicoanalitico di Zurigo” (Psychoanalytisches Seminar Zürich [PSZ]), motivando la scissione del PSZ dalla Società svizzera di psicoanalisi (SGP) sulla base di alcune prese di posizione politiche. In realtà la scissione tra il PSZ e la Società svizzera di psicoanalisi fu causata da aspetti di carattere unicamente scientifico, culturale, teorico e tecnico della formazione applicati nel PSZ, aspetti che non potevano essere accettati dalla Società svizzera di psicoanalisi: i membri del PSZ dichiararono di voler rimanere Analytiker in Ausbildung (“psicoanalisti in formazione”, o “studenti a vita”) e di rifiutare il diploma in psicoanalisi poiché concepivano la formazione psicoanalitica come un processo senza fine e che fosse antipsicoanalitico il terminarlo. Vengono menzionati anche alcuni aspetti del percorso culturale e professionale di Galli che sono in sintonia con questa presa di posizione.
Vengono descritte alcune lineeguida per le squadre di soccorso che tentano di prevenire il suicidio degli istituti psicoanalitici: stabilire stretti legami con l’università, insegnare la psicoterapia e non solo la psicoanalisi, favorire la ricerca empirica, dare un’immagine pubblica realistica, abolire l’analisi didattica, selezionare i docenti in base alle loro effettive capacità, integrare l’istituto con l’associazione psicoanalitica, ruotare i docenti, invitare relatori esterni, promuovere le associazioni di studenti, formulare standard professionali e formativi. Alle squadre di soccorso serve un training intensivo poiché la prevenzione del suicidio è un lavoro delicato che richiede esperienza, conoscenze, pazienza e coraggio. Coloro che stanno annegando possono opporsi, col rischio di trascinare con sé i salvatori facendoli annegare. Questa resistenza cieca è prevedibile, soprattutto quando la tentazione suicidaria è molto forte.
Viene ripercorsa l’evoluzione storica e istituzionale della formazione psicoanalitica, tracciando il passaggio dalla spontaneità intima e priva di regole del salotto di Freud alla rigida burocratizzazione imposta dall’International Psychoanalytic Association (IPA) e dall’Istituto di Berlino. In particolare, vengono descritte le derive autoritarie dell’analisi didattica, evidenziando come la sottomissione dei candidati al giudizio dei didatti inquini il transfert e alimenti dinamiche edipiche non risolte che si traducono poi in rivalità, conflitti di potere e guerre fratricide all’interno della comunità degli psicoanalisti. Infine, vengono esaminate le critiche contemporanee a questo sistema monolitico, caldeggiando l’abolizione dello status degli analisti didatti a favore di un’autentica analisi personale.
Dopo una Nota introduttiva, vengono visti in chiave critica alcuni sviluppi che hanno portato in Italia alla regolamentazione della psicoterapia contenuta nella Legge 56/1989. Vengono sottolineate, tra le altre cose, le dinamiche di sottomissione e di appartenenza a certe associazioni psicoanalitiche e il problema del numero di sedute settimanali come tentativo di differenziare diverse associazioni. In questo contesto, viene riprodotto un brano di un editoriale pubblicato nel n. 5/1962 della rivista Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria, e viene fatto riferimento al libro di Erich Fromm del 1941 Fuga dalla libertà e al classico di Theodor W. Adorno e altri del 1950 La personalità autoritaria.
Vengono descritti trenta modi con cui gli istituti psicoanalitici inibiscono la creatività dei candidati, tra cui i seguenti: il sistematico rallentamento della progressione dei candidati, l’insegnamento ripetitivo di articoli di Freud, le tendenze monolitiche per quanto riguarda gli approcci teorici, l’isolamento dei candidati dalle attività professionali e scientifiche della Società psicoanalitica, l’accentuazione delle relazioni ieratiche tra i docenti, i rituali per il diploma, lo scoraggiamento dei contributi originali dei candidati, l’isolamento intellettuale degli istituti psicoanalitici, la mancanza di una presentazione dettagliata del lavoro clinico da parte dei docenti più anziani, la non conoscenza degli studi sulle controversie riguardanti la tecnica psicoanalitica, le caratteristiche “paranoidi” del rapporto tra docenti e riguardo ai requisiti per i candidati, la non esplorazione delle applicazioni della psicoanalisi e i suoi confini scientifici e culturali, e gli effetti dei conflitti istituzionali riguardo alla nomina degli analisti didatti.
L’analisi didattica ha il compito di favorire la crescita di esseri umani autonomi e indipendenti. Questo compito non viene realizzato all’interno del sistema di training psicoanalitico “chiuso” (in cui l’analista fa parte dell’istituto del candidato ed è insieme formatore e terapeuta), che invece trasforma i candidati in analisti allineati e acritici nei confronti dell’istituzione e ciechi per quanto riguarda le contraddizioni intrinseche al sistema. Il fallimento dell’analisi didattica viene ricondotto alla istituzionalizzazione della psicoanalisi da parte di Freud e dei suoi collaboratori, e viene mostrato come l’analisi didattica diventi uno strumento della politica di potere del movimento psicoanalitico, un rituale di sottomissione e uno strumento di indottrinamento. Vengono infine fatte alcune considerazioni sul modo con cui è possibile risolvere questo problema. [
Viene preso in esame in modo dettagliato l’importante problema della formazione in psicoanalisi, in particolare riguardo alla selezione degli analisti didatti, alla sua mancanza di trasparenza e al tipo di training dei candidati in psicoanalisi che presenta aspetti infantilizzanti. Viene fatto riferimento non solo ai punti di vista di Siegfried Bernfeld, Michael Balint e Joseph Sandler, ma anche agli spunti critici offerti da Sigmund Freud e da Anna Freud. Viene inoltre mostrato come la psicoanalisi ne abbia sofferto al punto da perdere di vista sia la ricerca della verità e il dialogo interdisciplinare che il suo statuto scientifico. Se si vuole riorganizzare la formazione psicoanalitica in modo coerente con la psicoanalisi, la ritualizzazione del training e della tecnica deve essere sostituita dalla responsabilità reciproca tra studenti e docenti, e lo spirito corporativo deve essere sostituito dalla libertà di ricerca e insegnamento.
Viene analizzato criticamente il training psicoanalitico e mostrato come spesso vi sia un clima di indottrinamento, idealizzazione degli analisti didatti e scarsa trasparenza. I candidati apprendono soprattutto da esperienze limitate e idealizzate, e negli istituti vi sono spesso dinamiche paranoidi, gerarchie opache e scarsa creatività scientifica. Le distorsioni derivano anche dalla natura stessa del processo psicoanalitico, che in un contesto istituzionale amplifica transfert, idealizzazioni e dinamiche difensive. Vi è una discrepanza tra gli scopi del training e le sue modalità organizzative che sono più vicine a istituti religiosi, e vengono proposti quattro modelli: 1) l’accademia d’arte; 2) l’istituto tecnico o commerciale; 3) il monastero o la comunità religiosa; 4) la facoltà universitaria. La soluzione migliore può essere un modello che combini le caratteristiche dell’accademia d’arte e della facoltà universitaria, valorizzando il dibattito critico, la trasparenza e criteri espliciti di selezione dei candidati e degli analisti didatti.
Vengono descritte le difficoltà che l’allievo di un istituto psicoanalitico incontra nell’apprendimento della teoria e della tecnica della psicoanalisi, focalizzandosi sulle contraddizioni interne presenti nei modelli formativi e negli articoli sulla tecnica così come si è evoluta negli anni. L’allievo si trova diviso tra l’ortodossia del modello classico che gli è stato insegnato, basato sulla neutralità e sulla sola interpretazione verbale (come teorizzò ad esempio Kurt R. Eissler nel 1953 per il “modello tecnico di base”) e i suggerimenti di adottare una tecnica più attiva, empatica o “materna” (sulla scia delle sperimentazioni di Sándor Ferenczi). Questa frammentazione clinica, unita alle barriere socioculturali ed economiche dei pazienti di oggi che sono molto diversi da quelli dell’alta borghesia che vedevano Freud e i suoi primi allievi, può creare nel giovane analista un profondo senso di inadeguatezza e anche difficoltà nel gestire il proprio coinvolgimento emotivo e controtransferale. Per superare queste difficoltà, viene proposta una riforma del training degli istituti psicoanalitici che promuova un ridimensionamento del mito della “tecnica classica” e della terapia come mera teoria applicata, la condivisione del lavoro clinico dei docenti e delle loro difficoltà, una maggiore libertà nella ricerca e nell’insegnamento, e la nascita di uno stile clinico autonomo, libero ed emancipato.
Viene delineato il modello di un istituto psicoanalitico ideale, definito “una utopia”, fondato su una formazione interdisciplinare e a tempo pieno. Vengono descritti e criticati i limiti del training tradizionale, e viene proposta una formazione capace di coniugare l’analisi didattica (che Anna Freud chiama “analisi personale”), la pratica clinica, le supervisioni, lo studio teorico e l’osservazione diretta. Grande importanza viene attribuito alla selezione dei candidati per il training psicoanalitico, che dovrebbe rispettare la personalità individuale evitando procedure intrusive, e alla costruzione di un ambiente di studio orientato alla ricerca, al confronto clinico e alla crescita continua dell’analista. L’istituto psicoanalitico ideale dovrebbe inoltre favorire l’applicazione della psicoanalisi ai diversi ambiti delle scienze umane e sociali e di altre discipline limitrofe, formando psicoanalisti dotati non solo di competenze terapeutiche ma anche di un’ampia comprensione culturale e umana.
Viene ripercorsa l’evoluzione della formazione psicoanalitica attraverso cinque fasi: istruzione, dimostrazione, analisi vera e propria, “superterapia” e ricerca, evidenziando come si sia passati da analisi didattiche fatte di brevi incontri informali (come le passeggiate di Freud con Max Eitingon) a percorsi analitici estremamente lunghi e complessi. Fu importante il contributo di Sándor Ferenczi, che sosteneva l’utilità di un’analisi didattica più profonda di quella terapeutica (“superterapia”). Ma l’enfasi sull’interpretazione precoce del transfert negativo e dell’aggressività comporta dei rischi: quello di una “collusione tacita” tra analista e candidato, dove l’analista viene “ingoiato intero” come oggetto idealizzato, soffocando l’indipendenza critica dell’allievo. Questo meccanismo favorisce il dogmatismo e il settarismo nelle società psicoanalitiche. La quinta fase, definita “della ricerca”, mira a restituire umiltà alla tecnica, promuovendo l’autonomia e il pensiero critico del futuro analista.
Dopo una Introduzione di Rudolf Ekstein scritta nel 1962, viene pubblicata una conferenza sul training psicoanalitico tenuta da Siegfried Bernfeld al San Francisco Psychoanalytic Institute nel 1952. Basandosi su trent’anni di esperienza negli istituti psicoanalitici di Vienna, Berlino e San Francisco, Bernfeld evidenzia come gli istituti abbiano gradualmente adottato un modello d’insegnamento rigido, non psicoanalitico e incentrato sul docente anziché sullo studente. La svolta burocratica risale agli anni 1920, quando per l’esigenza di formalizzare il training e anche di mantenere unito il movimento psicoanalitico la formazione si è trasformata in un sistema sempre più rigido. Pur riconoscendo che gli istituti spesso formano analisti competenti, Bernfeld denuncia il forte “rumore” di fondo: ad esempio, se l’analisi personale e la supervisione vengono concepiti come corsi obbligatori (al pari dell’anatomia nelle facoltà di Medicina) ne viene deformata l’essenza. Inoltre, riducendo la motivazione dei candidati a mera compiacenza burocratica, si rischia di infantilizzarli e di ostacolare lo sviluppo autonomo e scientifico della disciplina.
Viene esaminata criticamente la formazione psicoanalitica sostenendo che, nonostante la sua importanza sia decisiva per il futuro della disciplina, essa sia stata poco studiata e spesso organizzata in modo dogmatico. Ripercorrendo la storia degli istituti psicoanalitici e della Commissione internazionale di training, viene mostrato come il training si sia progressivamente irrigidito in norme autoritarie sulla durata dell’analisi, sui rapporti tra analisi personale, insegnamento teorico e supervisione, e sulla supervisione dei candidati. Questo sistema didattico non favorisce lo sviluppo di un Io critico e autonomo, ma induce identificazioni conformistiche con i maestri e la formazione di un SuperIo rigido. Questa tendenza viene spiegata come una conseguenza della necessità, avvertita dopo le prime secessioni dal movimento freudiano, di garantire disciplina e fedeltà, e viene proposta quindi una revisione del training psicoanalitico che limiti l’autoritarismo e promuova candidati più liberi, tolleranti e criticamente indipendenti.