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Nel contributo, partendo dall’inquadramento dell’elemento speranza co¬me aspetto peculiare dell’intima relazione tra analista e paziente, at-traverso l’analisi di un caso clinico, l’autore riflette sul legame tra ripe-tizione, speranza e riparazione nel processo psicoanalitico. Si descrive come la speranza sia legata al fenomeno del transfert, quest’ultimo, inizialmente considerato al servizio della resistenza, nell’evoluzione della teoria e della tecnica psicoanalitica diventa pilastro fondante del processo terapeutico e aspetto cruciale per il conseguimento della cura. L’autore evidenzia la necessità di costruire una posizione interna e re-lazionale rispetto a situazioni cliniche particolarmente complesse, come quella descritta, mettendo in evidenza un lavoro costante sulla dialetti-ca transfert-controtransfert. L’analisi del proprio controtransfert è un aspetto fondamentale per cogliere i posizionamenti del paziente, per orientare l’analista a disporsi in maniera tale da distinguersi dalle scene antiche proposte dal paziente, rieditate nel presente, e per offrire un’esperienza di comprensione e di cura che sia incisivamente tra-sformativa.
L’autrice si propone di approfondire il lato oscuro della Speranza, quello che non illumina, ma che può bloccare o impedire di vedere la realtà sia essa esterna che interna. L’autrice ipotizza che, così come Eros e Thanatos sono intricati insieme, così le passioni di attesa – Spes e Metus, Speranza e Timore - siano impastate e avvinte come edera l’una all’altra. Un disequilibrio dell’impasto può produrre un’alterazione di una delle due passioni di attesa. L’oggetto di studio, in particolar modo, è il destino della Speranza quando il Timore viene negato: l’autrice ritiene che l’ipertrofia della Speranza sia un tratto che contraddistingue la società ipermoderna e che rende difficoltoso il cammino verso una direzione. Attraverso la presentazione di due brevi casi clinici, che l’autrice ritiene esemplificativi della deregolazione della Spes, si esplorerà la grande speranza che deriva da una grande aspettativa, quella grande speranza che si può incagliare nell’indifferenziazione, nella sospensione o nella ripetizione.
I soggetti comunemente descritti come “Senza Fissa Dimora” pos-sono essere rappresentati come di esclusiva competenza sociale. Que-sto può essere in parte vero nella gran parte di questa popolazione, mentre in una piccola quota, dell’ordine del 3-5% si tratta di soggetti che presentano un chiaro quadro clinico di non-collaborazione dove il dolore psicologico viene presentato secondo il codice della estrema concretezza. La diagnosi e il registro di sintonizzazione diventano par-ticolarmente specifici di questo tipo di sofferenza. La homelessness può essere colta come una raffinata modalità dissociativa, dell’ordine creativo, di sopravvivenza di stati del Sé dissociativamente sospesi a seguito soprattutto di esperienze traumatiche. Attraverso la presentazione di un caso clinico di un paziente grave-mente regredito e non collaborativo si prova a sottolineare la dimen-sione post traumatica della condizione homeless. La soluzione home-lessness si struttura attraverso il registro concreto che organizza i setting e i possibili percorsi di ripresa del processo dissociativo.
L’Autore prende avvio da un’intuizione di W.R. Bion inerente il rapporto tra speranza e paura. Il suo discorso si snoda poi seguendo la traccia di interrogativi che emergono dalla disamina del concetto di speranza: esistono differenti forme di speranza? Tra queste ve ne è una che è maggiormente in grado di ‘resistere’ alla paura? Se E. Bloch pone Il principio di speranza al centro della coscienza anticipante dell’uomo, anche la paura può occupare un posto centrale in essa lavorando, però, in direzione opposta alla speranza e bloccando l’iniziativa dell’uomo? L’autore sostiene che la speranza e l’iniziativa dell’uomo possono essere bloccate dalla paura generata da un Super-Io crudele e persecu-torio che punisce severamente ogni più piccolo errore. Il terrore per la punizione del SuperIo inibisce il sentimento creativo della speranza perché per poter essere creativi ed usare la forza della speranza bisogna poter sbagliare senza conseguenze. La fede dell’analista in se stesso, nella psicoanalisi, nel paziente è essenziale per il radicamento di un atteggiamento del paziente orientato verso la speranza.
In order to understand the dimensions and consequences of the Spanish flu, the great influenza pandemic of 1918-1920, it is necessary to carry out analytical research at the local and regional level, in order to compare the results with similar research carried out in other national and international contexts. The Glocal Spanish Influenza project focuses on the case of Tuscany and aims to reconstruct both the number of deaths and the number of sick peoplemortality and morbidity figures, as well as the institutional responses to the crisis, the political consequences, collec- tive behaviour, memories and displacements. Here we present two contributions by Roberto Bianchi, who compares the Spanish flu and Covid-19, and by Giovanni Gozzini, who analyses the numbers of the Spanish flu.
Questo contributo teorico, inserendosi nel panorama della geografia di genere e della famiglia, si propone di aprire il dibattito sul cambiamento di uso e significato dello spazio pubblico e privato durante il primo lockdown (marzo-aprile 2020) e su come tali cambiamenti abbiano modificato le pratiche di genere. Tali risemantizzazioni hanno visto la casa diventare luogo di condensazione di diverse attività, mentre lo spazio pubblico veniva dipinto e percepito come infetto e pericoloso. L’intento di questo contributo è quello di ripercorrere la letteratura che ha analizzato tali risignificazioni proponendo per gli studi futuri un focus su come sia cambiato il lavoro domestico adottando uno sguardo di genere, e indagando come nuove significazioni spaziali possano aprire la strada a nuove tipologie di performance di genere.
L’articolo attinge alle teorie e ai dibattiti metodologici della geografia critica intorno al tema della crisi abitativa contemporanea per sostenere l’urgenza del passaggio dal lessico dell’emergenza abitativa, prevalente nel contesto italiano, a quello della crisi di abitabilità riletta in termini di spatio-temporal fix. La crisi di abitabilità è qui proposta come il complesso di processi di lungo periodo che rendono alcuni luoghi inabitabili per interi gruppi sociali e coorti generazionali, minandone così la tenuta ontologica in termini di multifunzionalità, identità e sistemi relazionali. L’articolo discute potenzialità e limiti del concetto attraverso le risultanze etnografiche raccolte all’interno delle occupazioni abitative organizzate con il Movimento per il Diritto all’Abitare di Roma.
Il presente lavoro, frutto di ricerche sul campo sviluppatesi nell’arco di otto anni (2015-2023), intende porre in evidenza l’evoluzione, i tratti comuni e le diversità che hanno caratterizzato le città di Belgrado e Trieste nell’affrontare la medesima crisi umanitaria, quella che dall’estate del 2015 ha stravolto le politiche europee sull’immigrazione e messo a dura prova i sistemi di accoglienza locali. Per esigenze editoriali, la nostra analisi, concepita ed elaborata come un unico progetto, viene proposta in due ‘momenti’ concettualmente unitari seppur presentati in due articoli separati: nell’articolo intitolato Spazi informali e interstizi urbani lungo la Rotta Balcanica (1): il refugee hub di Belgrado e pubblicato nel numero precedente della Rivista è stato discusso il posizionamento del progetto rispetto alla letteratura esistente, la metodologia adottata e il caso di Belgrado; qui viene invece presa in esame la capitale adriatica e, nelle conclusioni, si propongono spunti di riflessione che valgono per il saggio nel suo complesso. La nostra analisi si articola pertanto anche qui partendo dalla ‘contro-mappatura’ di alcuni interstizi urbani trasformati dalla presenza di profughi e richiedenti asilo, per poi prendere in considerazione le geografie formali e informali prodotte dalle rispettive politiche dell’accoglienza messe in atto nelle due città, incluso il ruolo delle autorità e delle organizzazioni umanitarie e di volontariato.
Gli autori hanno svolto una ricerca che propone una rilettura critica degli indicatori e dei metodi elaborati dalla Strategia Nazionale per le Aree Interne (SNAI), mediante l’analisi delle componenti principali con l’uso del software R, al fine di ottenere una classificazione maggiormente coerente con le caratteristiche della Sicilia e più utile a sostenere obiettivi di sviluppo locale. I risultati della ricerca confermano che sono necessari ulteriori e nuovi indicatori per classificare le aree interne, in modo da elaborare efficaci politiche di contrasto alla condizione di perifericità dell’Isola.
Attraverso un excursus storico, lo studio analizza la gestione delle risorse idriche nel processo di sviluppo urbano e i relativi effetti nell’area di Milano. Avendo come riferimento teorico principale le categorie dell’Ecologia Politica Urbana (Heynen et al., 2006), nell’articolo si enfatizza il cambiamento socio-ecologico relativo all’‘addomesticamento’ dell’acqua come pratica de-socializzante e la sua gestione come processo altamente conflittuale, in quanto espressione di particolari ideologie, scelte economico-politiche e fantasie sociali. In ultima analisi si fa riferimento all’annosa questione legata alle esondazioni del fiume Seveso e alla riapertura dei navigli come esempio di governance legata a una certa idea di sviluppo territoriale e di gestione delle acque urbane. L’effetto ultimo è quello di produrre ‘vincitori e vinti’ nell’appropriazione e nella gestione stessa della natura.