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The Author analyses the relationship between the philosopher Im- manuel Kant and the Austrian noblewoman Maria von Herbert through their brief cor- respondence from 1791 to 1794. After reconstructing the history of their exchange and Kant’s responses to her questions, the paper focuses on Kantian considerations about von Herbert as “little visionary” [die kleine Schwärmerin], especially regarding his in- terest in mental illnesses, which he explores in depth in “Anthropology from a Prag- matic Point of View” (1798). Far from offering only a critical view of Kant’s often elusive responses to the young woman, the essay considers a possible (not solely neg- ative) reinterpretation of female knowledge and imagination in their epistemic value.
Roland of Cremona († 1259) was the first Dominican theologian to engage systematically with the newly translated body of philosophical and scientific knowledge. He did so in his theological writings – a Summa in four books (1230--1234) and a still unedited Commentary on Job (1234--1236) – despite the prevailing opposition of his time: in the 30s of the 13th Century both the University of Paris and the Dominican Constitutions condemned the use of philosophical sources in theological genres. Nevertheless, Roland approached this integration with deliberate intent, playing a key role in initiating a philosophical shift that would come to define later generations of Dominicans. This paper examines the strategies Roland employed to incorporate philosophy into his theological project, with particular attention to his Commentary on Job—a work that has received little scholarly attention. It argues that Roland was a pioneering figure of his time by analysing the theological programme outlined in the prologues to his works, his use of philosophy in biblical exegesis, and the ways in which his approach diverged from that of his Dominican contemporaries – especially Hugh of St. Cher. Ultimately, the paper contends that Roland was a pioneering figure in ushering in a “philosophical turn” within the Dominican Order, examining his influence on the thought of Humbert of Romans, the fifth General of the Order.
Il saggio presenta un’analisi dell’attuale stato del dialogo sociale europeo, dopo la battuta d’arresto segnata dal formale revirement della Corte di giustizia sul caso EPSU, con una lettura dell’art. 155 TFUE che non garantisce alle parti sociali firmatarie di un accordo europeo di ottenerne la trasposizione in direttiva. Dopo la pronuncia della Corte, le istituzioni europee hanno cercato di ristabilire il rapporto di fiducia tra Commissione e parti sociali attraverso dichiarazioni solenni in cui è stato riaffermato il valore fondativo del dialogo sociale, comunicazioni e raccomandazioni agli stati membri e il Patto sul dialogo sociale, in cui la Commissione si impegna a consultare le parti sociali anche su materie non rientranti nel capitolo sociale del Trattato, a designare un responsabile del dialogo sociale in ogni direzione generale, a rispettare l’autonomia delle parti sociali e a definire congiuntamente modalità di recepimento di accordi collettivi in atti normativi europei che attribuiscano loro efficacia generale. Nella situazione di grave incertezza determinata dalle molteplici sfide da affrontare, il rilancio del dialogo sociale europeo costituisce un’opportunità e una risorsa per assicurare coesione sociale attraverso forme democratiche di partecipazione a decisioni strategiche di dimensione continentale. Ciò richiede un salto di qualità alle parti sociali, chiamate a rispondere a sfide di dimensione transnazionale con meccanismi più efficaci di espressione di volontà negoziale.
L’Autore esamina la sentenza della Corte costituzionale n. 141 del 2025 che ha affermato la legittimità costituzionale dell’esclusione dei dirigenti dal divieto pandemico di licenziamento individuale per giustificato motivo oggettivo. A suo avviso la sentenza ha anzitutto rilievo ben oltre la vicenda pandemica, interessando la più generale disciplina del licenziamento del dirigente e la stessa figura dirigenziale, di cui ritiene decisamente confermata la nozione legale, da ben configurare e contraddistinta da un autonomo potere organizzativo. L’Autore individua quindi nella particolare forza del dirigente nel mercato del lavoro – conseguente alla sua posizione nell’organizzazione – il perno della sentenza nonché l’elemento in grado di dare solidità al bilanciamento degli interessi nell’intera disciplina del licenziamento del dirigente includendovi la sua tutela.
Nel saggio è analizzata la recente sentenza della Corte costituzionale n. 156 del 30 ottobre 2025, che, dichiarandolo parzialmente illegittimo, integra il disposto dell’art. 19 della l. 20 maggio 1970, n. 300. L’intervento della Consulta è ritenuto coerente all’indirizzo storico e opportuno, alla luce dei molteplici problemi oggi derivanti dalla selezione del sindacato, nel cui ambito è consentita la costituzione di rappresentanze sindacali aziendali, in esclusiva connessione con le dinamiche della contrattazione collettiva. Perplessità sono però manifestate sul nuovo parametro introdotto, riferito al solo sindacato nazionale, comparativamente più rappresentativo. Vengono quindi formulate alcune ipotesi interpretative, volte a ricostruire il significato di questa nozione. Allo stesso modo sono individuati i contenuti di un possibile intervento legislativo, come auspicato dalla Corte costituzionale.
L’articolo esamina alcuni dei più rilevanti profili di diritto societario connessi alla recente approvazione della l. n. 76/2025 sulla partecipazione dei lavoratori nelle imprese, con particolare riguardo alle forme di partecipazione decisionale ivi delineate. In linea generale, viene evidenziata una certa approssimazione nell’utilizzo delle categorie concettuali del diritto societario, tale da richiedere all’interprete una significativa (e non sempre facile) opera ricostruttiva, nel tentativo di elaborare un’interpretazione sistematicamente coerente. Ciò nondimeno, si ritiene che il testo di legge di recente approvazione – pur significativamente depotenziato rispetto all’originaria proposta – sia comunque idoneo a realizzare un passo avanti verso il riconoscimento degli ideali della partecipazione, rimuovendo al contempo alcuni ostacoli normativi alla sua effettiva implementazione.
Il saggio analizza la legge 76/2025 alla luce di una doppia accezione della categoria della “legge apparente” secondo un approccio della sociologia del diritto. La prima attiene alla predisposizione delle condizioni che rendano attuabile il programma legislativo; la seconda riguarda invece la sua efficacia trasformativa affidata a una convincente comunicazione degli obiettivi da realizzare ai soggetti abilitati a realizzarli. L’Autore ritiene che la legge 76/2025 sia una legge apparente in entrambe le accezioni; ma ancor più nella seconda. Mette in guardia però dal ritenerla perciò stesso inutile, avendo piuttosto un notevole potenziale disruptive. Che però può essere ribaltato da un utilizzo sapiente e lungimirante da parte di uno schieramento sindacale che trovasse ragioni e forza per una nuova azione congiunta volta anche ad avvicinare nuove fasce di lavoratori.
Nell’economia delle piattaforme, il campo della salute e della sicurezza sul lavoro (Ssl) rappresenta un’area di policy particolarmente critica. L’articolo identifica e analizza le principali questioni che interessano la salute e la sicurezza dei lavoratori immigrati delle piattaforme. A partire da una revisione della letteratura e tenendo in considerazione le categorie sociologiche dell’agency e della corporeità, la trattazione ha tenuto insieme le sfide che derivano dalla natura di questa forma di lavoro con le problematiche che riguardano in modo specifico i rider immigrati che trasportano merci a domicilio in ambito urbano in Italia. Il quadro emerso mostra la sovraesposizione dei lavoratori immigrati ai pericoli per la propria integrità psicofisica e le loro ridotte possibilità di accesso alle protezioni sociali. Emergono, inoltre, significative variazioni in relazione ai diversi modelli di organizzazione del lavoro adottati dalle piattaforme, che penalizzano gli immigrati sprovvisti dei requisiti per soggiornare e lavorare in Italia, o che si trovano in condizione di forte bisogno.
Il saggio si propone di indagare la capacità del diritto del lavoro di garantire la stabilità occupazionale nel quadro della transizione verde e di contribuire all’attuazione di una Just transition. La ricerca mira a verificare, in primo luogo, se il dato normativo imponga al datore di lavoro di formare il prestatore nelle ipotesi di riorganizzazione aziendale green e in che misura la violazione di tale obbligo comprima il potere di licenziamento. In secondo luogo, il saggio guarda alle diverse misure di sostegno finanziario per le imprese dedicate alla formazione del personale sulle competenze verdi. All’esito di una valutazione d’insieme dei due percorsi d’indagine, l’A. ritiene che la sfida della JT richieda di introdurre un diritto soggettivo alla formazione professionale che sia in grado di limitare l’esercizio del potere di recesso datoriale e di sollecitare le imprese a ricorrere agli strumenti di sostegno finanziario dedicati alla riqualificazione in chiave verde del personale.