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Edizioni Franco Angeli. La passione per le conoscenze
 
 
   
 

Stefano Angeli Stefano Angeli risponde sul tema
"Dalla carta al web. Scrivere di formazione"

in occasione del convegno Aif, Firenze 3 maggio 2010

Qual è il senso che ha avuto ed ha il suo ruolo di editore rispetto alla formazione?
La formazione ha una parte dominante nella nostra esperienza: ci induce a riflettere su cosa significa apprendimento e sui supporti che lo possono stimolare e quindi sul libro non tanto come oggetto fisico ma come format del pensiero.

Il libro è un format ?
Il libro è un oggetto che risponde a canoni che si sono evoluti nei secoli. Il libro può essere tante cose: può trasmettere sogni, emozioni, vissuti. La civiltà del libro non appartiene in esclusiva al mondo occidentale. Ma è indubbio il libro – per come siamo abituati oggi a conoscerlo - è uno dei tanti figli del pensiero scientifico occidentale, della rivoluzione scientifica del ‘600.

È profondamente intriso di un approccio che premia il pensiero analitico e riflessivo. E’ in un certo senso un monumento del pensiero analitico. Pensiamo semplicemente a come un libro si costruisca con degli apparati fissi, degli indici, una struttura lineare. Il libro è un’etica del pensiero: il pensiero che si vuole rendere controllabile, verificabile, che si sottopone al giudizio di un interlocutore. E per far questo si sottopone ad una disciplina e delle regole.

Prima ancora che un supporto (fisico o digitale) il libro è un protocollo di elaborazione e comunicazione del pensiero.

Quanto di questo format sta cambiando nel mondo digitale?
Apparentemente molto di questo sta cambiando Le nuove possibilità della rete digitale sembrano valorizzare nuove modalità di pensiero (il pensiero associativo, il pensiero laterale, il pensiero collaborativo) e nuovi format: il blog, il wiki… Io penso che qui si annidino enormi possibilità (di potenziamento di creatività), ma anche rischi: di deresponsabilizzazione del pensiero individuale, di carenza di riflessività, di carenza di concentrazione, di frammentazione, difficoltà a stabilire connessioni e soprattutto di overloading. A fronte di questi sviluppi varrebbe la pena adottare un principio di cautela e di precauzione. I valori a rischio sono valori importanti e fragili.

Quale futuro possiamo immaginare per un editore nel mondo digitale?
Una mia interpretazione: mediare il cambiamento, nei confronti del pubblico e nei confronti degli autori. Sforzarsi di cogliere quanto di nuovo sta emergendo, mantenendo però il molto di saggezza e di efficacia che una tradizione di lavoro intellettuale ci ha messo a disposizione. Una funzione che può essere di utilità sia per i lettori che per gli autori.

In concreto?
Apparentemente sembra avanzare una sorta di disintermediazione che rende superfluo l’editore: ogni lettore è autore, ognuno si può autoprodurre e con il selfpublising mettersi in rete. Questa è una realtà, che però sottovaluta l’importanza di disporre di un filtro delle informazioni e delle conoscenze. Il tempo e l’attenzione sono beni preziosi e scarsi: chi riesce ad economizzarli è apprezzato e premiato. E’ un principio di economia cognitiva: una funzione che non è risolvibile solo con gli algoritmi dei motori dei ricerca. Deve operare a monte una selezione di qualità dei contenuti considerati meritevoli di attenzione. Questa è sempre stata la funzione tipica degli editori. Una funzione che adesso è divenuta ancora più importante ed è la ragion vera del lavoro editoriale. L’editore deve lavorare per essere riconosciuto dal suo pubblico come un filtro efficace, autorevole, affidabile.

Quali novità nel rapporto con gli autori?
Sicuramente nel rapporto tra autore/editore si stanno aprendo spazi nuovi di sperimentazione. Da un lato abbiamo nuovi gradi di libertà nella scrittura e nella comunicazione del pensiero, dall’altro abbiamo competenze formate sul rispetto di canoni e su valori (la disciplina intellettuale, la riflessione) tuttora meritevoli di rispetto. Per come la vedo io, l’interazione tra i due attori può essere di stimolo ad elaborare modi in qualche parte rinnovati di organizzazione e presentazione del pensiero. Non credo vedremo tanto presto il superamento della forma libro. Più che di fronte a innovazioni dirompenti (come dicono i teorici del management strategico) ci troveremo a implementare innovazioni di tipo incrementale. Anche così però il libro tenderà progressivamente a diventare sempre meno un prodotto solo individuale, e sempre più un progetto a più mani, per la cui realizzazione ancor più di prima risulteranno importanti il contributo delle competenze proprie del mestiere editoriale.

In conclusione: cosa fa l’editore?
Un editore non è colui che scrive i libri. Non è colui che li stampa. Non è colui in genere che li vende. A chi allora una volta gli avesse chiesto cosa lui facesse, Valentino Bompiani sembra abbia risposto: l’editore? è colui che fa’ tutto il resto!
Risposta brillante, ma oggi temo insoddisfacente. Oggi a tutti si chiede trasparenza. L’autorevolezza della funzione può essere legittimata solo dalla esplicitazione dei ruoli svolti. L’editore è un aggregatore di competenze di progetto e queste competenze andranno sempre più rese visibili.

   
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Ultimo aggiornamento: 26 maggio 2017
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