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Siamo davanti a un significativo aumento degli arresti e del numero dei minori che sono costretti in una condizione detentiva. A latere di questo dato oggettivo, abbiamo ritenuto opportuno raccontare, attraverso la parola di chi svolge questo lavoro quotidianamente con impegno e professionalità, l’istituto penale per i minorenni nella sua funzione rieducativa, per sottolineare come tale obiettivo richieda dignità nella custodia, risorse economiche e culturali per rendere concreti i progetti riabilitativi e promozione dei diritti come caposaldo della funzione di ogni comunità educante.

L’articolo guarda all’attuale impianto del sistema cui afferiscono i servizi minorili dell’amministrazione della giustizia e, assumendo come perimetro di analisi lo specifico ambito dell’Ufficio servizio sociale minorenni di Ancona, solleva alcuni interrogativi rispetto all’efficacia delle sue peculiari metodologie di intervento a fronte dei mutamenti che negli ultimi anni stanno interessando il mondo della devianza giovanile. L’analisi tenta di focalizzare fatiche e fonti di pressione di cui è investito il sistema penale minorile in rapporto alle trasformazioni avvenute e in atto sulla spinta dei nuovi scenari demografici, sociali ed economici, che hanno profondamente ridisegnato la realtà in cui si muovono gli adolescenti autori di reato e, di riflesso, il profilo di una non trascurabile parte di essi.

Federica Brunelli

La giustizia riparativa nel processo penale minorile: ricostruire la fiducia

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2024

Il contributo intende soffermarsi sulla funzione della giustizia riparativa all’interno del diritto, in connessione con l’esperienza realizzata in Italia da più di trent’anni con particolare riguardo al contesto minorile. Partendo dal decreto legislativo n. 150/2022 e dal suo linguaggio ci si sofferma sull’importanza della nuova legge sulla giustizia riparativa, per comprendere come questo modello complementare alla giustizia penale tradizionale riesca a ricondurre all’interno del diritto una dimensione fiduciaria. Si cerca di analizzare quali siano le modalità e gli strumenti attraverso cui la giustizia riparativa promuove un lavoro positivo sulla ricostruzione della fiducia interpersonale e sulla riaffermazione della dimensione fiduciaria che caratterizza la sostanza delle norme.

La giustizia riparativa poggia la sua validità sulla valorizzazione della profonda complessità relazionale su cui si struttura la sua stessa realtà operativa. La relazione nelle sue molteplici forme (tra autore e vittima, con gli operatori, con la comunità) rappresenta infatti uno degli elementi chiave della giustizia minorile, sia nel suo procedere sia nel suo esitare. Nel presente contributo, l’attenzione è posta in particolare sul legame che unisce i giovani entrati nel circuito giudiziario con gli operatori dei servizi predisposti alla funzione/attività riparativa (per esempio, gli educatori delle comunità e/o dei centri diurni polifunzionali, gli operatori del terzo settore e gli impiegati di Ussm e Cpa). Dopo una breve presentazione delle tappe normative della giustizia riparativa in Italia, vengono riportati i risultati di una ricerca qualitativa realizzata nel territorio di Napoli, coinvolgendo complessivamente 58 operatori appartenenti al mondo delle comunità, degli uffici istituzionali e del mondo associazionistico del terzo settore. Dall’analisi delle interviste condotte è emerso come i principi riparativi assumano sostanza nei processi relazionali tra operatori e utenti, in uno spazio in cui l’adulto possa porsi generativamente come modello positivo.

Micol Trezzi, Alfio Maggiolini

Reati sessuali minorili e messa alla prova

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2024

I reati sessuali sono tra i più gravi tra quelli commessi da adolescenti. Recenti modifiche legislative hanno escluso l’applicazione della messa alla prova in relazione a determinate tipologie di reato, tra le quali la violenza sessuale di gruppo commessa ai danni di persona di minore età. Nella prospettiva di interventi efficaci nel ridurre i rischi di recidive, la messa alla prova può avere un’importante funzione preventiva in adolescenza, anche per i reati sessuali. Nella maggior parte dei casi, infatti, gli autori di questi reati sono anche autori di altri tipi di reati minorili, che continueranno a beneficiare della messa alla prova. Più raramente i reati sessuali sono il frutto di una particolare immaturità o di gravi disturbi che possono comunque beneficiare di una valutazione precoce e di un percorso di supporto psicologico che può servire a ridurre i rischi di recidiva.

Alfio Maggiolini, Alice Leoni, Maria Martino

Casi difficili di “in messa alla prova”

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2024

Più dell’80% dei percorsi di messa alla prova si conclude con un esito positivo, ma vi sono casi particolarmente complessi, in cui l’intervento del sistema penale va incontro a un vero e proprio logoramento. Questi casi non solo hanno un esito negativo, ma richiedono anche enormi risorse, per il numero di operatori e Servizi coinvolti e per gli elevati costi economici degli inserimenti in comunità e in carcere. Un’indagine su 12 casi difficili in messa alla prova presi in carico presso l’Ussm di Milano ha evidenziato che queste difficoltà non dipendono tanto dal tipo di reato, da una situazione di delinquenza strutturata o dalla gravità di disturbi psichiatrici, ma che nelle storie di questi minori sono centrali la mancanza di una fiducia di base e le ansie di abbandono, che sono radicate in esperienze avverse infantili e in situazioni famigliari multiproblematiche. In questi casi perseguire nei progetti di messa alla prova obiettivi di autonomia, responsabilizzazione e riparazione potrebbe non essere una strategia adeguata, mentre potrebbe essere più utile cercare di costruire una relazione di fiducia e individuare le modalità per costruire un senso di stabilità anche per il futuro.

Giovanni Gallo

Protezione del minore versus protezione sociale?

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2024

A fronte delle nuove forme di devianza minorile e del crescente allarme sociale, il sistema di giustizia penale minorile è ancora in grado di corrispondere alle esigenze per cui è preposto? Oppure la scelta di politica criminale, varata con il d.l. Caivano e protesa a un maggior ricorso a misure detentive/retributive, deve ritenersi necessaria? La risposta a questi interrogativi deve essere individuata in una prospettiva costituzionale, dove i doveri di protezione della gioventù non vengono meno a fronte dell’agito deviante e pertanto le misure di tipo detentivo devono permanere quali extrema ratio. La sfida della giustizia minorile rimane attuale: saper contemperare l’esigenza di protezione della società con quella del minore deviante, non rinunciando a un approccio interdisciplinare capace di rielaborare il quadro personologico del minore, predisponendo e attuando un progetto idoneo a corrispondere ai suoi bisogni di crescita.

Giuliana Tondina

Dopo il decreto: le scelte di una procura minorile

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2024

L’articolo fa alcune considerazioni generali e individua alcuni nodi critici in relazione alle norme introdotte dal decreto legge 15 settembre 2023, n. 123, nel testo convertito con modificazioni dalla legge 13 novembre 2023, n. 159 dal punto di vista della procura minorile.

Dopo un’analisi dei dati statici relativi al fenomeno degli agiti violenti degli adolescenti, l’articolo fa una breve sintesi dei punti relativi alle azioni messe in campo da parte delle varie componenti che operano nel sistema della giustizia penale minorile.

L’autore analizza il nuovo “percorso rieducativo del minore”, introdotto dal decreto legge n. 123/2023, convertito in legge n. 159/2023, nel corpo del Dpr n. 448/1988 (relativo alla disciplina del processo penale minorile, art. 27-bis) e integrante una sorta di sospensione del procedimento con messa alla prova semplificata e anticipata. L’autore evidenzia, in particolare, le principali (e non poche) criticità dell’innovativo istituto, che conducono anche a rilevanti dubbi di legittimità costituzionale per contrasto con i principi fondamentali sui quali si fonda l’intero sistema processuale penale minorile.

Prendendo le mosse da un seminario dal titolo “neuropsicoanalisi e psicoterapia” (Cfr di Trieste ottobre/novembre 2020) in cui si delineava il funzionamento del sistema nervoso centrale, la difesa della vita e del sentimento di sicurezza, se ne desume che il pregiudizio sia una difesa umana necessaria, una dimensione naturale. Col presente scritto si cerca di dimostrare come sia nocivo fermarsi a questo stadio naturale nella giurisdizione soprattutto minorile e sia, invece, necessario superarlo attraverso un ragionamento filosofico volto a tenere sospese le variabili del pre-giudizio in attesa di delineare, con modalità individualizzanti, il sistema complesso e incerto che si presenta quando viene preso in carico un minore della devianza.

Maschi si nasce o si diventa? Nonostante le discipline socio-criminologiche abbiano nel tempo trascurato il rapporto tra violenza e maschilità o lo hanno trattato in termini essenzialisti e bioriduttivisti, le prospettive costruzioniste più recenti sono state in grado di guardare alla (o, meglio, alle) maschilità come prodotti costruiti e negoziati socialmente. Ci chiederemo, tentando di svincolarci da ogni deriva determinista, se la violenza e in particolare la violenza sessuale possano essere intesi come modi per fare un certo tipo di maschilità. A partire da un recente fatto di cronaca, non guarderemo ai maschi autori di reati sessuali come a delle abnormità o difetti sociali, quanto a espressioni normali di un modo di intendere la maschilità implicitamente considerato legittimo.

Nicolò Terminio

Lo sciame borderline e la deriva antisociale

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2024

In questo contributo presento alcune linee generali del funzionamento borderline centrando l’attenzione sull’esperienza dell’angoscia e sulla relazione con l’Altro. L’obiettivo argomentativo è mostrare le ragioni per cui durante l’adolescenza un soggetto borderline può risolvere la questione dell’angoscia virando verso una struttura perversa e antisociale.

Renzo Di Cori, Ugo Sabatello

Tra natura e cultura: note sull’etiopatogenesi delle condotte antisociali dei giovani

MINORIGIUSTIZIA

Fascicolo: 2 / 2024

In questi ultimi decenni la neurobiologia e la genetica molecolare hanno fornito dati clinico-sperimentali sempre più accurati circa i meccanismi biochimici sottostanti l’etiopatogenesi dei disturbi mentali. Inoltre, queste discipline hanno rivolto l’attenzione verso le malattie non ancora manifeste, i processi patologici latenti, alla ricerca dei biomarcatori che svolgono un ruolo ritenuto cruciale nella causazione delle malattie, introducendo procedure diagnostiche per l’identificazione precoce delle patologie o della predisposizione individuale a esse. Tuttavia le predizioni, quando applicate in ambiti distanti dall’epidemiologia o dai domini della medicina in cui si sono sviluppate, pongono importanti questioni di carattere etico ed epistemologico. L’utilizzo riduzionistico delle tecniche di neuroimmagine o di test genetici, infatti, oltre a rivitalizzare vecchi paradigmi semplificatori sull’origine della violenza e dell’antisocialità, solleva importanti questioni etiche (come nel caso della predizione del crimine ante-delictum). Gli autori sostengono che, per comprendere le condotte antisociali dei giovani – fenomeni complessi e multideterminati – sia necessario abbandonare ogni prospettiva riduzionistica e considerare l’intera catena di processi/ fattori d’insorgenza e sviluppo che conducono a questo specifico end-point. Devono essere considerati non solo gli aspetti neurobiologici, genetici, endocrini, immunitari, ambientali e relazionali, ma anche i fattori soggettivi attraverso i quali il bambino elabora le proprie esperienze nella forma di rappresentazioni mentali nel contesto del proprio mondo interno. La vita della mente, la soggettività, rappresenta secondo gli autori l’anello mancante tra la natura e la cultura, che ci consente di conservare una visione “aperta” del futuro e di non abbandonare i concetti di libertà (libero arbitrio) e responsabilità individuale dell’agire.

La ricerca ha esplorato il fenomeno della povertà minorile in Italia dal punto di vista privilegiato di un campione rappresentativo di adolescenti di 15-16 anni, approfondendo la declinazione della condizione di deprivazione materiale nei loro vissuti personali, nel contesto familiare e territoriale in cui crescono. Al contempo, si è indagato come e in quale misura la condizione di grave deprivazione materiale – così come misurata dall’indagine – incida sulla definizione delle aspirazioni e delle aspettative dei ragazzi e delle ragazze, nonché le proposte da loro rivolte alle istituzioni affinché si prospetti una fuoriuscita dei giovani da condizioni socioeconomiche di svantaggio. Si evince che molti adolescenti sono esposti a carenze materiali, scarsità di risorse educative e di spazi di aggregazione sul proprio territorio, che si traducono in limitate opportunità educative, culturali e sociali. Crescere in condizioni di grave deprivazione materiale limita le aspirazioni e/o aspettative educative, professionali e di realizzazione personale. La consapevolezza della povertà e delle diseguaglianze economiche porta molti giovani a chiedere sostegni economici per le famiglie e misure a supporto dei loro percorsi educativi e professionali.