In questi ultimi decenni la neurobiologia e la genetica molecolare hanno fornito
dati clinico-sperimentali sempre più accurati circa i meccanismi biochimici sottostanti
l’etiopatogenesi dei disturbi mentali. Inoltre, queste discipline hanno rivolto
l’attenzione verso le malattie non ancora manifeste, i processi patologici latenti, alla
ricerca dei biomarcatori che svolgono un ruolo ritenuto cruciale nella causazione delle
malattie, introducendo procedure diagnostiche per l’identificazione precoce delle
patologie o della predisposizione individuale a esse. Tuttavia le predizioni, quando
applicate in ambiti distanti dall’epidemiologia o dai domini della medicina in cui si
sono sviluppate, pongono importanti questioni di carattere etico ed epistemologico.
L’utilizzo riduzionistico delle tecniche di neuroimmagine o di test genetici, infatti,
oltre a rivitalizzare vecchi paradigmi semplificatori sull’origine della violenza e
dell’antisocialità, solleva importanti questioni etiche (come nel caso della predizione
del crimine ante-delictum). Gli autori sostengono che, per comprendere le condotte
antisociali dei giovani – fenomeni complessi e multideterminati – sia necessario
abbandonare ogni prospettiva riduzionistica e considerare l’intera catena di processi/
fattori d’insorgenza e sviluppo che conducono a questo specifico end-point. Devono
essere considerati non solo gli aspetti neurobiologici, genetici, endocrini, immunitari,
ambientali e relazionali, ma anche i fattori soggettivi attraverso i quali il bambino
elabora le proprie esperienze nella forma di rappresentazioni mentali nel contesto del
proprio mondo interno. La vita della mente, la soggettività, rappresenta secondo gli
autori l’anello mancante tra la natura e la cultura, che ci consente di conservare una visione “aperta” del futuro e di non abbandonare i concetti di libertà (libero arbitrio)
e responsabilità individuale dell’agire.