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The development of Essential Levels (LEPS) opens up new avenues for transforming profes-sionalism within territorial social services. On the one hand, a process of fortifying profes-sional social services has solidified, establishing a benchmark that all territorial areas should aspire to achieve. On the other hand, introducing a “supervisory LEPS” has brought to the forefront the issue of supporting the professional identity of social workers. This article, start-ing with examining Tuscany's social health system, explores the changes in the past three years and critically reflects on the potential implications at the regional and national levels.

Barbara Giullari, Gianluca De Angelis

Il lavoro di cura. Un settore in crisi da abbandono

SALUTE E SOCIETÀ

Fascicolo: 2 / 2024

The paper proposes to take into account the whole spectrum of care occupations: a set of inter-dependent activities essential for the maintenance and development of life and a fundamental support for social organisation. It also attempts to draw attention to a vicious circle that has been taking place in Italy for some time: structural disinvestment in care work, the conse-quences of which affect the quality of working conditions (as well as the quality of services offered to citizens), triggering processes of abandonment in the individual search for better working and living conditions, with a further deterioration in the conditions of remaining and a more general increase in inequalities between workers and the impoverishment of the sector as a whole.

Nurse-to-patient ratios (N/P) are designed to ensure acceptable levels of patient load as well as enough nurses to properly care for patients. Representatives of the nursing profession and unions have been urging government to implement regulation to ensure the respect of mini-mum established N/P ratios at all times in Quebec healthcare organizations. This paper aims to examine N/P ratios, in the context of demands of many organizations for a law enforcing mandatory staffing ratios in Quebec healthcare organizations. A qualitative exploration was conducted using 42 semi-directive interviews with unionized nurses throughout the province of Quebec. A thematic analysis was carried out using NVivo. Using the Nursing job de-mands-resource model, which gives importance to the broader organizational climate, we assessed nurses’ perceptions of their working environment. Four main themes emerged: 1) intensifying workload, 2) inadequate skill mix, 3) cost-effective management, 4) adverse outcomes. Our findings suggest that reducing the number of patients per nurse will not neces-sarily result in better working conditions if other lean strategies are adopted to compensate for the higher staffing costs, nor will it make the work environment fundamentally more attractive. While higher staffing levels are needed, seriously caution should be paid to the ways in which ratios are implemented. Alternative models of healthcare institutions, such as Magnet hospitals or other models, should be examined.

Nancy Côté, Andrew Freeman, Laurent Desjardins, Jean-Louis Denis

Redefining work engagement: identity crisis and the quest for meaning at work of family physicians in Québec

SALUTE E SOCIETÀ

Fascicolo: 2 / 2024

Access to primary healthcare is an important challenge in many countries, posing significant problems for population health and health equity. While family physicians’ (FPs) dedication is considered essential to increase access to primary care, several indications of a certain demobi-lization, even a deeper disengagement, among FPs has emerged. Using a specific case, that of FPs in the province of Quebec (Canada), this article aims to capture the processes that lead these professionals to redefine their work engagement by exploring various tensions that permeate their practice and impact meaning at work. The findings presented in this article are based on the analysis of 35 individual semi-directed interviews with FPs from three labor market integration cohorts (early-, mid- and late-career) working in various care settings. Our findings suggest that the tensions experienced related to the representation of family medicine, career expectations and personal aspirations lead many FPs to redefine their work engagement over the course of their professional journey. While physicians consistently demonstrate strong commitment to their patients, many disengage from work environments that impose practices contrary to their professional values and how they define high-quality family medi-cine, as well as conditions that hinder their involvement in family life.

La città di Prato (Italia) costituisce un contesto urbano multiculturale che ha spinto il Servizio pubblico di salute mentale ad attuare una serie di cambiamenti organizzativi e operativi per rispondere ai bisogni provenienti da richiedenti asilo e rifugiati, da migranti economici, dai loro familiari ricongiunti e dalle loro discendenze. Nell’ambito di questo scenario istituzionale, l’autore analizza le conseguenze della presa in considerazioni delle dimensioni culturali e storico-politiche nel lavoro clinico, psicoterapeutico e comunitario con questa tipologia di utenza e in particolare con richiedenti asilo e rifugiati. Emerge in questo modo la necessità di valutare l’impatto che sempre di più hanno i regimi di frontiera nella gestione dei movimenti umani transnazionali e nell’esperienza di chi li attraversa. I diversi dispositivi frontalieri sono sempre più a chiamati a un duplice e ambiguo compito: alcuni di essi sempre più respingono i popoli in fuga, altri cercano a fatica di proteg-gerli e di promuoverne le speranze.

Gabriele Geminiani

Io vivo fra le cose

PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Fascicolo: 1 / 2024

Indagare e conoscere se stessi e il proprio essere al mondo attraver-so l’osservazione e una speciale osmosi con le cose. Questo potrebbe essere lo slogan di questo articolo. In realtà si tratta di cose che sono state dismesse d’ufficio perché non più funzionanti o superate, talune gettate, altre perdute. Cose che nel contatto con l’atmosfera annichilen-te dell’abbandono, si sono talora disintegrate, logorate, scolorite, spel-late, levigate, fino a divenire altro. E comunque frammenti di vita che ci erano appartenuti. “Quando le cose erano cose ci sentivamo meno soli” sembra essere il refrain che aleggia come voce fuori campo per tutta la durata del testo. Potremmo definire Geminiani “L’antropologo delle maree”, perché la maggior parte delle cose che ha collezionato nei decenni trascorsi provengono da spiagge fuori stagione. L’autore arriva a teorizzare empiricamente sul vacillamento esistenziale dei no-stri tempi. Quella inquietudine che, secondo lui, l’omologazione del mercato delle cose, e la fine di quella allegra e balzana biodiversità degli oggetti che aveva caratterizzato i decenni ’60, ’70 e ’80, ha contri-buito a rafforzare nelle persone; perché un oggetto effimero trasmette un sentimento di precarietà e, in una società già liquida, può aggravar-ne i sintomi, a differenza di quelle cose appartenenti al paesaggio do-mestico dell’infanzia. Cose destinate a durare e a essere cedute alle ge-nerazioni successive, cose in grado di ricambiare il nostro sguardo alla stregua di creature viventi. A parlare di cose e di sé, senza troppi filtri, è una persona che ha vissuto intensamente la solitudine di un abbandono che va considerato come esilio “volontario” per un deficit di au-tostima e un eccesso di impressionabilità: una pellicola troppo fotosensibile per potersi esporre nella luce piena e abbacinante di una giovi-nezza che non lo contemplava.

L’articolo affronta il tema dei Disturbi dell’Alimentazione (DA) nel “mondo occidentale”, evidenziando il complesso intreccio tra cultura e alimentazione, attraverso un’analisi socio-antropologica delle cornici culturali in campo. La ricerca, che è basata sull’approccio antropologico-interpretativo, mette in luce alcune delle complesse dinamiche culturali, sociali e sim-boliche, coinvolte nel modellare i rapporti delle persone con l’alimentazione, attraverso l’approfondimento da un lato di questioni emerse in letteratura, all’altro di un serie di interviste semi-strutturate, rivolte a professionisti e professioniste impegnate nella cura di persone con un DA. Gli autori esplorano i temi della speranza e della riparazione, a parti-re dal ruolo che giocano sia per le pazienti, che per i loro familiari, e altri concetti chiave, fra cui quello di rimediazione, di tolleranza per l’incertezza, di desiderio e di fiducia, fondamentali, nell’interpretazione delle cornici culturali, per i percorsi di guarigione.

Maria N. Mosca

La speranza, tra ideali e realtà

PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Fascicolo: 1 / 2024

L’autrice, considera cosi come altri autori, che la speranza sia alle origini di ogni percorso psicoanalitico e che la sua tenuta sia fonda-mentale nel processo terapeutico, così come già aveva annunciato Freud in un suo scritto del 1890. Tuttavia ella si domanda perché in questo momento la psicoanalisi abbia bisogno d’indagare questo termi-ne e tenta in questo breve lavoro, di offrire una riflessione a riguardo. Prende in considerazione il veloce cambiamento epocale che si sta attraversando nel sociale e quanto sia difficile mantenere una sana illu-sione, combattere le idealizzazioni e creare la fiducia alla base della speranza, ma anche quanto sia alto il rischio di cadere nell’ ipocrisia professionale di cui ha parlato S. Ferenczi. Viene riportato una breve vignetta clinica per esemplificare momen-ti difficili di perdita e rinnovata speranza, percorsi bui tra fari e mirag-gi in cui la speranza si propone come un’attesa laboriosa, un’attesa fiduciosa e pronta a cogliere l’umano che si presenta nel paziente come nell’analista al lavoro.

Andrea Giovannoni

Sandor Ferenczi: un antesignano della moderna psichiatria

PSICOTERAPIA PSICOANALITICA

Fascicolo: 1 / 2024

L’autore descrive il caso di un giovane paziente, molto compromesso a livello personale e sociale con alle spalle vari tentativi di suicidio, numerosi ricoveri all’SPDC e una diagnosi di Disturbo Paranoideo. Malgrado la gravità del quadro clinico, l’autore illustra come sia riuscito a lavorare terapeuticamente con lui per molti anni seguendo l’approccio relazionale ferencziano. Per Ferenczi il terapeuta deve lasciare da parte ipocrisie professionali, posizioni autoritarie, retoriche oracolari, fanatismo interpretativo e, piuttosto, deve riuscire a comunicare un clima di sincera e autentica accoglienza emotiva del paziente sofferente, a creare con tatto ed empatia una reciprocità analitica e un’interdipendenza reciproca. Questi indirizzi di tecnica ferencziana consentono che la relazione si consolidi come un caldo ambiente materno nel quale il paziente può iniziare a sperimentare il sentimento della fiducia nell’altro. Il sentimento della fiducia del paziente nel terapeuta, e viceversa, attiverà il processo trasformativo. Il caso clinico descritto dall’autore è testimonianza della trasformazione evolutiva avvenuta nel processo. Mentre dai primi sogni emergevano “false speranze di rinascita” in nuove e improbabili identità arroganti, maniacali e ipertrofiche, il paziente gradualmente arriva a produrre un sogno che segna un passaggio evolutivo fondamentale, un sogno che il paziente stesso definisce di speranza.