Indagare e conoscere se stessi e il proprio essere al mondo attraver-so l’osservazione e una speciale osmosi con le cose. Questo potrebbe essere lo slogan di questo articolo. In realtà si tratta di cose che sono state dismesse d’ufficio perché non più funzionanti o superate, talune gettate, altre perdute. Cose che nel contatto con l’atmosfera annichilen-te dell’abbandono, si sono talora disintegrate, logorate, scolorite, spel-late, levigate, fino a divenire altro. E comunque frammenti di vita che ci erano appartenuti. “Quando le cose erano cose ci sentivamo meno soli” sembra essere il refrain che aleggia come voce fuori campo per tutta la durata del testo. Potremmo definire Geminiani “L’antropologo delle maree”, perché la maggior parte delle cose che ha collezionato nei decenni trascorsi provengono da spiagge fuori stagione. L’autore arriva a teorizzare empiricamente sul vacillamento esistenziale dei no-stri tempi. Quella inquietudine che, secondo lui, l’omologazione del mercato delle cose, e la fine di quella allegra e balzana biodiversità degli oggetti che aveva caratterizzato i decenni ’60, ’70 e ’80, ha contri-buito a rafforzare nelle persone; perché un oggetto effimero trasmette un sentimento di precarietà e, in una società già liquida, può aggravar-ne i sintomi, a differenza di quelle cose appartenenti al paesaggio do-mestico dell’infanzia. Cose destinate a durare e a essere cedute alle ge-nerazioni successive, cose in grado di ricambiare il nostro sguardo alla stregua di creature viventi. A parlare di cose e di sé, senza troppi filtri, è una persona che ha vissuto intensamente la solitudine di un abbandono che va considerato come esilio “volontario” per un deficit di au-tostima e un eccesso di impressionabilità: una pellicola troppo fotosensibile per potersi esporre nella luce piena e abbacinante di una giovi-nezza che non lo contemplava.