RISULTATI RICERCA

La ricerca ha estratto dal catalogo 106588 titoli

Simone Guidi, Francesco Toto

Introduzione

RIVISTA DI STORIA DELLA FILOSOFIA

Fascicolo: 1 / 2026

Il saggio esamina come sia iniziata la distensione politica nella regione alpina centrale all’inizio degli anni Settanta. L’obiettivo è quello di mostrare come Italia, Austria, Svizzera e Germania Ovest abbiano avviato contatti, incontri e cooperazioni transfrontaliere in quella fase. In questo contesto, la distensione politica a livello europeo, in particolare nelle alleanze dell’Europa occidentale, Cee ed Efta, giocò un ruolo decisivo, così come i politici a livello regionale e nazionale che hanno avviato e promosso la cooperazione transfrontaliera nelle regioni alpine. Il materiale d’archivio e gli articoli di stampa esaminati e analizzati forniscono una visione dettagliata del processo di distensione politica tra le regioni alpine di confine, che non sempre si è svolto senza intoppi. Il saggio mette in evidenza gli ostacoli che i protagonisti coinvolti nel processo di distensione hanno dovuto superare tra il 1969 e il 1973 e le conseguenze che la nuova cooperazione transalpina ha avuto per lo sviluppo economico, sociale e culturale della regione alpina centrale.

Giuseppe Spagnulo

Dopo Copenaghen: l’Alto Adige/Südtirol nelle relazioni italo-austriache degli anni Settanta

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 310 Suppl. / 2026

Il saggio esamina la “nuova fase” scaturita in Alto Adige/Südtirol e nelle relazioni italo-austriache dopo le intese di Copenaghen del 1969 e l’approvazione del “pacchetto” tra governo italiano e Südtiroler Volkspartei (Svp). L’attuazione delle misure di autonomia e del “calendario operativo” favorì la stabilizzazione della provincia di Bolzano e il rilancio dei rapporti bilaterali dopo anni di tensioni e violenze separatiste. L’analisi è inquadrata nel contesto degli anni Settanta, segnati da cambiamenti politici e sociali in Alto Adige e, a livello internazionale, dalla distensione Est-Ovest e dal multiforme rilancio dall’integrazione europea.

Dario Salvatore

I figli di Maria. Storia di una caserma, una valle e un confine

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 310 Suppl. / 2026

Il saggio analizza gli effetti territoriali della Guerra fredda e della distensione attraverso il caso della valle del But, in Friuli Venezia Giulia, al confine tra Italia e Austria. Qui la presenza militare, consolidatasi negli anni Cinquanta e Sessanta con la caserma Maria Plozner Mentil, produsse profonde interazioni con l’economia e la società locali, generando al tempo stesso opportunità e vincoli. La smilitarizzazione avviata negli anni Settanta aprì a nuove prospettive di sviluppo, legate al turismo, alla cooperazione transfrontaliera e a progetti infrastrutturali come il traforo del Monte Croce Carnico. L’esperienza mostra come la détente non fu soltanto un processo politico-diplomatico, ma un fenomeno capace di incidere in modo concreto sulle comunità di confine, ridefinendo equilibri socioeconomici e lasciando eredità contrastanti tra memoria militare e nuove visioni di integrazione.

Filippo Masina

Il cuneo del Mediterraneo. Confini marittimi e guerra del pesce nel Canale di Sicilia (1962-81)

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 310 Suppl. / 2026

L’articolo intende ricostruire le vicende della territorializzazione del mare nel Canale di Sicilia nel secondo dopoguerra, in particolare nella fase della Distensione, mettendo in relazione questo processo con la politica mediterranea dell’Italia e le sue relazioni con Paesi decolonizzati quali Tunisia e Libia. Subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il progresso tecnologico dell’estrazione di risorse dal mare condusse alla necessità di regolare gli spazi marittimi: furono ampliati i confini delle acque territoriali e creati nuovi istituti giuridici per la tutela delle risorse. Questo processo, lungo circa quattro decenni, è connesso a conflitti politici, economici e militari ben visibili nel Canale di Sicilia, area oggetto della ricerca. L’autore sostiene che, all’interno di queste dinamiche, sia necessario mettere in discussione la categoria storiografica della Distensione nel contesto del Mediterraneo centro-occidentale.

L’articolo analizza la trasformazione della sicurezza marittima italiana nel Mediterraneo centrale tra il 1965 e il 1977, collocandola all’incrocio tra distensione, globalizzazione dei traffici e territorializzazione del mare. La tesi principale è che la ridefinizione dei confini marittimi non fu soltanto un passaggio giuridico, ma un processo politico-strategico capace di rimodellare percezioni di minaccia, priorità operative e cultura della sicurezza. Integrando fonti governative, militari e diplomatiche italiane con documentazione Nato, britannica, francese e statunitense, il saggio ricostruisce con approccio comparato negoziati sulla piattaforma continentale, crisi della pesca e incidenti nel Canale di Sicilia. Ne emerge il passaggio da un modello navale ancora legato allo scenario di guerra generale tra blocchi a una postura di presenza continuativa, fondata su controllo marittimo e protezione delle attività economiche. Una novità interpretativa riguarda il ruolo delle missioni di vigilanza pesca, lette come laboratorio di adattamento dottrinale e organizzativo. Un’altra riguarda il rapporto tra assertività nordafricana e minaccia sovietica: la conflittualità mediterranea appare alimentata anche da dinamiche regionali autonome. In questa prospettiva, la Legge navale del 1975 e il Libro bianco del 1977 segnano l’istituzionalizzazione della frontiera marittima nella pianificazione della difesa repubblicana. Il Canale di Sicilia emerge come laboratorio chiave della Guerra fredda mediterranea.

Matteo Perissinotto

Tra antislavismo e distensione. La legittimazione politica della comunità slovena a Trieste (1949-75)

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 310 Suppl. / 2026

Il contributo analizza il processo di legittimazione politica della comunità slovena a Trieste tra il 1949 e il 1975, nel quadro dei rapporti tra Italia e Jugoslavia durante la distensione. Attraverso i verbali del Consiglio comunale, la stampa periodica e le memorie, lo studio ricostruisce come la presenza politica degli sloveni a Trieste sia passata dall’esclusione e delegittimazione del dopoguerra, alimentata da un forte antislavismo, a una graduale apertura favorita dalla nascita del centro-sinistra e dal miglioramento delle relazioni internazionali tra Italia e Jugoslavia. L’ingresso del primo assessore sloveno nel 1965 segnò un punto di svolta, ma provocò violente reazioni della destra neofascista e ricorrenti tensioni pubbliche. Il processo di riconoscimento linguistico e culturale progredì fino al Trattato di Osimo del 1975, che tuttavia riaccese contrasti locali e portò a una nuova crisi politica, interrompendo per anni la presenza slovena nella Giunta triestina.

L’articolo è dedicato alla descrizione linguistica delle pratiche discorsive ostili alla comunità slovena di Trieste che caratterizzano il cosiddetto “caso Hrešcak” (1965), rimpasto della Giunta comunale che portò alla nomina del primo assessore sloveno. I testi esaminati sono i verbali del Consiglio comunale di Trieste. Nel metodo ci si ispira all’approccio storico-discorsivo (Discourse-Historical Approach) nell’àmbito della Critical Discourse Analysis. La prima parte dell’articolo contiene un’analisi sequenziale di un testo ritenuto particolarmente rappresentativo del discorso antislavo intorno al “caso Hrešcak”: l’intervento con cui Corrado Jona (Partito liberale italiano) si dimette dalla carica di consigliere comunale. La seconda parte dell’articolo presenta le principali strategie linguistiche che si sono rintracciate nel discorso politico antislavo preso in analisi.

Fabio De Ninno, Tommaso Piffer, Tullia Catalan, Norbert Parschalk

Introduzione

ITALIA CONTEMPORANEA

Fascicolo: 310 Suppl. / 2026

Questo numero monografico indaga come i confini italiani si siano trasformati nel tempo della distensione, tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Il fascicolo assume il confine non come semplice linea geografica, ma come dispositivo politico, amministrativo e simbolico, in cui si intrecciano sicurezza, mobilità, pratiche di controllo e vissuti locali. I contributi ricostruiscono, con scale diverse, i mutamenti nelle aree alpine e adriatiche (Trieste, Alto Adige/Südtirol, Friuli Venezia Giulia) e nelle frontiere marittime del Mediterraneo centrale, dove la territorializzazione del mare e la contesa per pesca e risorse energetiche produssero nuove forme di conflittualità. Ne emerge una lettura non lineare della distensione: apertura e cooperazione convivono con selezione, sorveglianza e nuove vulnerabilità. La comparazione tra frontiere terrestri e marittime mostra così ritmi differenziati ma un medesimo nodo storiografico: la riscrittura concreta dei confini italiani nella Guerra fredda avanzata.

Questo articolo riflette sul rapporto tra l’infrastruttura e i differenti regimi di mobilità nell’Europa contemporanea, con particolare riferimento al caso del borderscape di Trieste. Se in questo ultimo decennio diversi studi hanno adottato una lente infrastrutturale per analizzare distinti regimi di mobilità, resta da esplorare quali siano le relazioni tra gli stessi. Considerando la matrice coloniale della logica infrastrutturale, l’articolo propone il concetto di “corpo notturno” dell’infrastruttura per mostrare in che modo, sin dalle sue origini, la logica infrastrutturale abbia implicato forme duali e differenziate di mobilità. Se per specifici gruppi sociali le infrastrutture garantiscono determinati spazi, ritmi e condizioni di sicurezza della circolazione, altri gruppi sono costretti a muoversi attraverso il suo “corpo notturno”. Questo “corpo” rappresenta uno spazio sociale e politico segnato da violenza e rischi elevati, ma anche la condizione di possibilità, simbolica e materiale, per l’esistenza del corpo più sicuro e visibile dell’infrastruttura stessa.

L’articolo propone un’elaborazione critica a partire dal dibattito sull’accettazione sociale e l’opposizione alle tecnologie energetiche. Adottando risposte sociali e atmosfere affettive come chiavi di lettura, viene analizzata la parabola della raffineria petrolchimica di Sannazzaro de’ Burgondi (PV). L’analisi esplora la social side dell’energia, esaminando la relazione tra le popolazioni locali e l’impianto per evidenziarne la cumulatività e le sfaccettature qualitative nel tempo. Il lavoro ricostruisce inoltre la path dependence dalla produzione fossile, unitamente alle concrete possibilità di agency delle comunità locali. Sul piano metodologico, il contributo sottolinea la necessità di una ricerca qualitativa di lungo periodo in grado di cogliere la complessità delle relazioni industria-comunità. Questa prospettiva si configura come un’angolatura rilevante per osservare le attuali trasformazioni energetiche.