Gli autori propongono una riflessione sul rapporto tra voce e narrazione nel lavoro psicoanalitico contemporaneo, interrogando le trasformazioni del discorso nella clinica e nei contesti istituzionali. A partire dalla moltiplicazione delle voci del contemporaneo viene messa in evidenza la necessità di uno spazio analitico capace di tollerare anche ciò che non è immediatamente dicibile, sostenendo un’esperienza condivisa dell’esitare. La creazione di un dispositivo gruppale, in cui la narrazione si configura come processo interdiscorsivo, garantisce la possibilità di accogliere e trasformare il materiale clinico, favorendo la costruzione di una soggettività che emerge nel legame e rende pensabili configurazioni affettive e fantasmatiche altrimenti non simbolizzabili. Il lavoro psicoanalitico è inteso come pratica che costruisce configurazioni di senso sempre in divenire, in cui ciò che resta incompiuto diviene una riserva generativa che tiene aperta la possibilità di nuove forme di soggettivazione.