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L’autrice esamina la diversa posizione di Freud e Jung riguardo all’utilizzo dei dati etimologici a disposizione all’inizio del ‘900. Dal confronto fra gli atteggiamenti dei due risulta per entrambi la convinzione che sia possibile riuscire a decifrare il geroglifico linguistico, interpretare il monosillabo aurorale, la "radice", deposito dei significati più antichi. Freud utilizza i dati etimologici per confermare la propria idea sull’originario significato "opposto" delle parole primitive, e sul valore sessuale delle prime radici. Jung inquadra l’etimologia indeuropea nella sua teoria della creatività della Libido, trovando riscontri con i momenti chiave del suo pensiero già consapevolmente anti-freudiano.
Il carattere peculiare della creatività femminile per l’Autrice consiste nello sviluppo di quella forma di coscienza che Jung definisce "simbolica", dotata della capacità di cogliere la dimensione "inconoscibile" della realtà. Mentre la coscienza razionale, con cui la mente maschile si è prevalentemente identificata, definisce le cose a partire dalla percezione sensoriale e dall’attività di pensiero, separando il soggetto dall’oggetto della conoscenza, la coscienza simbolica formula immagini che racchiudono l’intima essenza del reale. Per Jung vedere le cose simbolicamente significa "gettare un velo sui fatti così come sono". Si tratta di un velo che non nasconde bensì rivela, perché ci libera dalla tentazione di far coincidere la realtà con la sua sembianza. La coscienza simbolica unisce non solo il conoscibile e l’inconoscibile, ma anche il conoscente e il conosciuto, il soggetto e l’oggetto, la conoscenza e la vita, orientandoci verso la creazione del nuovo. Essa è intimamente connessa alla spiritualità, intesa come processo che si dispiega a partire dalle polarità della psiche. Da questo punto di vista, la spiritualità non sarebbe negazione degli istinti e dei bisogni del corpo, ma un’attività ai confini della materia che ha origine in quello strato profondo della psiche che Jung definisce "psicoide". Alla dimensione spirituale appartengono i valori dell’armonia, della pace e del perdono che nascono dalla capacità di empatia peculiare della donna.
L’autrice incontra la Pietà proposta da Marìa Zambrano all’interno di una sua ricerca sulla religiosità femminile. Lo sfondo è l’amore per l’altro di matrice mistica. Rilevante è il costante intreccio della religiosità con i sentimenti e il vissuto corporeo. In questa proposta la Pietà facilita la relazione con l’altro e lo strutturarsi di una coscienza nuova, aurorale. I punti di contatto con il pensiero junghiano sono molti e ruotano intorno all’ascolto, al sentire, alla relazione terapeutica come procedimento dialettico e al processo di individuazione. Antigone è identificata da Marìa Zambrano come una figura della Pietà, e portatrice di una coscienza e di un ascolto orientato dalla Pietà. L’autrice presenta alcune riflessioni nate dal porsi di fronte a una piccola Pietà, quella di V. Van Gogh. La Pietà, matrice del sentire, nella sua specificità al femminile, diventa sfondo di quei movimenti emotivo-affettivi che rendono risanante la relazione terapeutica.
Questo lavoro tratta della psicoterapia di una donna che passava da ciò che Waddel (1998) avrebbe chiamato "l’età più avanzata" a un'"età successiva", con quest’ultima intendo l’inevitabile declino verso il morire e la morte. Per quanto sgraditi possano essere tali sviluppi per l’individuo, essi sono nondimeno l’attività del soma, e quindi attività del sé, deintegrate. Gran parte del lavoro psicoterapeutico fu centrato sul compito di rendere la paziente capace di entrare in relazione e accettare i correlati emotivi di tale processo, che lei tendeva a non riconoscere come proprio e a negare attraverso una scissione tra corpo e mente che comportava una relazione interna depressiva che durava da lungo tempo. L’aiutare il contatto con se stessa le permise un più forte senso di compagnia interna e di pace, e forse facilitò un più semplice processo del morire, che comportò un sé riconciliato con se stesso piuttosto che estraneo. Da un punto di vista tecnico, l’approccio implicò una grande concentrazione sulla relazione intrapsichica piuttosto che sulla relazione paziente-analista, e ciò viene brevemente discusso nei termini del lavoro di Armando Ferrari, morto anche lui poco prima che questo lavoro venisse presentato per la prima volta, e al quale viene in parte dedicato.
L’ipnoterapia sembra essere un approccio terapeutico efficace nel ridurre il grado di alessitimia sia in persone sane che in persone con diversi disordini mentali. In quest’articolo, associando diverse evidenze neuro-fisiologiche e neuro-psicologiche, noi proponiamo l’ipotesi che la particolare relazione terapeutica che caratterizza la nuova ipnosi che si ispira a M. Erickson - il rapport - è in grado di rendere strutturale e permanente il cambiamento in soggetti alessitimici sottoposti a ipnoterapia.
In quest’articolo viene messa in luce la radicale innovazione che Erickson portò all’ipnoterapia con l’introduzione dell’approccio naturalistico e del concetto d’utilizzazione e si pone l’accento sulle similitudini e sulle differenze che la terapia Ericksoniana presenta rispetto ad altri approcci. Per il ruolo attribuito al paziente, che da passivo ricevitore d’aiuto diventa protagonista attivo del proprio cambiamento, la psicoterapia Ericksoniana può essere considerata la "teoria del paziente integrato ed integratore".
Il modello della vulnerabilità ha modificato la nostra visione di molti disturbi psichici che vengono spiegati oggi non come un prodotto o della natura o della cultura, ma come il risultato di una complessa serie di interazioni tra gene ed ambiente. Di recente, numerosi studi di genetica comportamentale hanno dimostrato che è un errore considerare i geni rischiosi solo come uno svantaggio. La sensibilità genetica alle esperienze negative, individuata grazie al modello della vulnerabilità, è solo il lato negativo di un fenomeno più generale: una maggiore sensibilità genetica a tutte le esperienze. Questa ipotesi, che chiameremo teoria dell’orchidea, verrà illustrata nel dettaglio. Successivamente saranno analizzate le possibili implicazioni per la psicoterapia in generale e per il modello ericksoniano di trattamento ipnotico dei disturbi psichici.
L’obiettivo principale di questo studio, randomizzato e controllato, è stato quello di verificare la validità di un intervento di ipnoterapia ultra breve composta da una-tre sedute ipnotiche, specificamente designata al trattamento di patologie che rientrano nei criteri DSM IV previsti per il Disturbo di Conversione. I risultati ottenuti da un gruppo di controllo, composto da 11 pazienti, avviato all’usuale trattamento medico-psichiatrico di supporto sono stati confrontati con quelli ricavati da un gruppo di 12 pazienti assegnati al nostro protocollo. Tutti i pazienti sono stati valutati prima di iniziare i trattamenti (T0) e a distanza di dodici mesi (T1) mediante l’impiego delle seguenti scale di valutazione: Toronto Alexithymia Scale, Somatoform Dissociation Questionnaire, Symptom Check List -90, Illness Behaviour Inventory, Disability Scale, Clinical Global Impressions e la Scala di Valutazione Globale del Funzionamento. Al follow-up, i pazienti afferenti al nostro protocollo hanno dimostrato un miglioramento statisticamente significativo, non soltanto della sintomatologia, ma anche del profilo psicopatologico registrato mentre il gruppo di controllo ha mostrato una pressoché totale assenza di cambiamenti nello stesso periodo. In conclusione, il protocollo ipnotico ultrabreve sembra essere un intervento efficace e specifico, in particolare se adeguatamente programmato e adattato alle caratteristiche del paziente.