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Il Disability Management può essere definito come il processo sul posto di lavoro finalizzato a facilitare l’inserimento delle persone con disabilità. L’obiettivo di questo studio è quello di indagare le esperienze di DM riportate da esperti, al fine di identificare vantaggi e criticità per il lavoratore e l’azienda. L’indagine è stata effettuata adottando un approccio qualitativo fenomenologico. La popolazione in studio è composta da personale dipendente di un’Azienda Sanitaria del Nord Italia, coinvolto nella gestione delle carriere delle persone con disabilità. La raccolta dei dati è stata condotta tramite la somministrazione di un’intervista, successivamente analizzata attraverso il metodo della content analysis. L’analisi dei dati ha evidenziato che il DM garantisce l’inserimento delle persone con disabilità nel mercato del lavoro e favorisce l’equità e l’integrazione. Considerando il futuro di questo management, si auspica una maggiore fluidificazione dei percorsi di inserimento e monitoraggio in itinere della carriera dei lavoratori con disabilità, con particolare attenzione alle possibili barriere architettoniche e culturali.
La valutazione sugli effetti della flessibilità dei tempi di lavoro sconta quella che si presenta come un’insanabile ambivalenza. Giudizi opposti sono rilevati da testimonianze dirette di lavoratori e lavoratrici che sperimentano regimi di lavoro svincolati dall’obbligo della presenza in azienda, come il lavoro da remoto che si va diffondendo dalla crisi pandemica. All’impatto ambivalente di tali forme di organizzazione del tempo di lavoro generalmente approdano anche molte analisi prodotte da letteratura di varia matrice disciplinare. Il contributo si interroga su questa ambivalenza cercando di esplorarne alcuni significati.
Questo testo esamina le recenti esperienze italiane di riduzione degli orari di lavoro alla luce della lunga lotta sindacale del secolo scorso per la riduzione della settimana lavorativa e nel quadro della ripresa degli interventi di riduzione del tempo di lavoro segnalata negli ultimi anni in diversi paesi europei e, in generale, nelle economie occidentali. Hanno certamente contribuito a questo rilancio l’esperienza riflessiva della pandemia e la nuova visibilità assunta dal tema della soggettività nella relazione col lavoro che hanno riportato in primo piano, soprattutto tra i giovani, il tema della qualità della vita di lavoro. Tuttavia, il sindacato – tranne l’eccezione importante dei metalmeccanici tedeschi – è apparso in difficoltà a riprendere la guida del movimento a causa della frammentazione degli orari di lavoro che ha caratterizzato gli ultimi decenni (fino al limite di una vera e propria polarizzazione, in termini di ore lavorate, tra lavoratori poveri a part time involontario e alte qualifiche propense all’overwork). Gli attori fondamentali della ripresa sono state invece le imprese, preoccupate dell’evidente squilibrio (demografico ma anche culturale) nel mercato del lavoro di alcune occupazioni e consapevoli della necessità di attrarre e trattenere risorse, soprattutto giovanili, attraverso nuovi benefit e politiche di welfare.
Il contributo affronta il tema del Work-life Balance in caso di orario di lavoro a turni alla luce di due significativi casi giurisprudenziali relativi, uno, alla modifica del regime di orario riguardante rapporti di lavoro a tempo pieno oggetto di contratto collettivo aziendale, ma considerato quale discriminazione collettiva; l’altro, all’indicazione dei turni di lavoro solo una volta l’anno in rapporti di lavoro a tempo parziale che il datore di lavoro riteneva legittima alla luce del Ccnl, ma ritenuto in contrasto con la disciplina di fonte legislativa, discutendo infine delle conseguenze sul versante della contrattazione collettiva dall’intervento del giudice.
A partire dai colloqui iniziali con una studentessa affetta da disturbi psicosomatici e depressivi, viene elaborata una comprensione psicoanalitica degli incontri iniziali. La scena iniziale del primo colloquio condensa già la psicopatologia centrale: un aggrapparsi all’oggetto primario, mai sperimentato in modo sicuro come presente dal paziente. L’autore delinea lo sviluppo di alcune teorie psicoanalitiche riguardanti il colloquio iniziale e dimostra la loro importanza specifica come conoscenza di base per la situazione clinica nei seguenti ambiti: la “posizione diagnostica”, la “posizione terapeutica”, la “scena d’apertura”, il “controtransfert” e “l’introspezione liberamente fluttuante” dell’analista. Ricerche più recenti fanno riferimento a “qualità di processo” della relazione analitica, come la “sincronizzazione” e l’“autoefficacia”. Quest’ultima cerca di descrivere dopo quanto tempo tra le sedute di intervista i processi interiori costruttivi o distruttivi prendono piede nel paziente e che significato può avere per la decisione sul trattamento che segue. L’insieme di questi fattori può portare a stabilire un’indicazione differenziale orientata al processo che tenga conto anche del fatto che il confronto con la paura dei processi inconsci di scambio è specifico della professione psicoanalitica.
L’interpretazione del sogno passa dalle immagini ai pensieri, che vengono di conseguenza tradotti in parole. Solo allora, secondo Freud, al livello del discorso verbale, poteva essere recuperato il loro significato. La preminenza dell’espressione verbale, come mezzo per rappresentare il pensiero astratto, ha distinto il metodo di Freud da qualsiasi altro. Sono presentati due brevi esempi clinici. Si sostiene che per alcuni pazienti (descritti come simbolicamente impoveriti), i sogni, anche se creati simbolicamente, diventano l’equivalente dell’agire. Parole chiave: sogno, processo simbolico-impoverimento simbolico, agire-rappresentazione verbale-immagine.
In questo contributo l’autrice, attraverso alcuni passaggi clinici di un caso di psicoanalisi a quattro sedute settimanali, mette in luce le numerose difficoltà tecniche che si possono incontrare in un processo psicoanalitico. Vengono affrontati alcuni aspetti del controtransfert e dell’interpretazione, centrali per la comprensione e l’evoluzione del processo analitico. I vissuti controtransferali sono essenziali per arrivare alla formulazione di interpretazioni, parziali o maggiormente complete, che nel lungo lavoro dell’analisi, possano gettare luce su aree della mente spesso bloccate e paralizzate, intrappolate dietro rigide difese ossessive, che depauperano il paziente del proprio repertorio affettivo ed emozionale.