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maria rita serio

Evoluzione Teorica nello studio delle Emozioni: dal Core Affect ai modelli semiotici contemporanei

RIVISTA DI PSICOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2026

L’esperienza emotiva rappresenta un fenomeno multidimensionale che interseca processi cognitivi, somatici e socioculturali. Il presente contributo propone un’analisi sistematica dell’evoluzione delle teorie psicologiche delle emozioni, tracciando una traiettoria dalle formulazioni classiche fino ai modelli contemporanei. Vengono esaminate criticamente tre prospettive teoriche principali: il modello dimensionale del core affect (Russell, 1980, 2003), la teoria costruttivista psicologica (Barrett, 2017) e l’approccio gerarchico delle neuroscienze affettive (Panksepp, 1998; 2014).

L’articolo esamina convergenze teoriche, divergenze epistemologiche ed evidenze empiriche a supporto di ciascun framework, evidenziando come queste prospettive abbiano progressivamente ridefinito la comprensione dell’affettività. Nella sezione conclusiva viene, inoltre, introdotto il modello della Pertinentizzazione Affettiva (APER; Salvatore et al., 2024), che, prendendo le mosse dalla teoria semiotica di Valsiner (2007; 2014) concettualizza l’affettività come processo semiotico primario di costruzione di senso. L’analisi comparativa evidenzia come diverse prospettive, pur partendo da assunti epistemologici differenti, convergono nel riconoscere la natura processuale, multilivello e contestualmente situata dell’esperienza emotiva, con rilevanti implicazioni per la ricerca di base e l’intervento clinico.

Valentina E. Di Mattei, Francesca Gatti, Antonio Catarinella

Reframing Mental Health Governance in Italy: Psychological Competencies and Third Sector In-tegration in the PANSM

RIVISTA DI PSICOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2026

The Italian National Action Plan for Mental Health 2025-2030 promotes a broader view of mental health, with greater attention to prevention, continuity of care and community-based services. However, there is still a gap between this vision and the way the Plan is expected to be implemented. The proposed system remains strongly centered on specialist and psychiatric services, while psychological support, early intervention and prevention in everyday settings receive less attention. This contribution focuses on the role that third sector Organizations can play in addressing this gap. Voluntary associations, social cooperatives and user-led organizations are often closely connected to local communities and can reach people who may struggle to access formal services. Their work can support early recognition of distress, reduce stigma and help maintain continuity between care and daily life. Yet the Plan still tends to describe the third sector mainly as a provider of services rather than as an active partner in planning and decision-making. To make its community-oriented vision more concrete, stable forms of collaboration with these organizations are needed, together with stronger psychological expertise and greater investment in prevention.

The National Plan for Mental Health for the period 2025-2030 is a significant and ambitious document that addresses major mental health challenges in Italy. Is it too ambitious? Is it fully realizable? What are the biggest issues and obstacles to its full implementation? In this short paper, I will propose a series of potential problems and offer recommendations for addressing and mitigating them.

 

La crescente domanda di supporto psicologico nelle società contemporanee evidenzia la necessità di ripensare gli attuali sistemi di salute mentale. Questo contributo esamina le implicazioni del Piano d’Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, mettendone in luce il passaggio verso una concezione più ampia e multidimensionale della salute mentale. In tale prospettiva, il benessere psicologico è concepito non semplicemente come assenza di disturbo, ma come componente strutturale del funzionamento complessivo della persona e determinante fondamentale della salute fisica, della qualità della vita e della partecipazione sociale.

Muovendo dalle evidenze della letteratura internazionale, il contributo sostiene che gli attuali modelli di servizio - prevalentemente orientati ai disturbi gravi, alla gestione delle fasi acute e al trattamento farmacologico - risultano solo parzialmente adeguati a rispondere ai bisogni emergenti, oggi sempre più diffusi, meno riconducibili a categorie diagnostiche e profondamente radicati nei contesti della vita quotidiana. Particolare attenzione è dedicata all’“area intermedia” tra benessere e malattia mentale, nella quale si collocano molte delle forme di disagio contemporaneo e che spesso rimane priva di risposte adeguate.

Il contributo propone una prospettiva sistemica fondata sull’integrazione di due reti complementari: un sistema di cura della salute mentale, orientato alla diagnosi e al trattamento, e un più ampio sistema per il benessere psicologico, finalizzato alla prevenzione, alla promozione delle risorse personali e al sostegno nei contesti di comunità. In questa prospettiva, il benessere psicologico viene interpretato come un’“infrastruttura immateriale” che sostiene la salute, la coesione sociale e la sostenibilità economica.

Il passaggio da un modello centrato sulla malattia a un modello integrato e multilivello viene presentato come una condizione necessaria per rispondere efficacemente alle sfide del presente. Rafforzare le competenze psicologiche all’interno dei sistemi pubblici e dei contesti della vita quotidiana rappresenta pertanto non solo una priorità clinica, ma anche un investimento strategico per la resilienza e la sostenibilità delle società.

 

Il contributo propone una riflessione critica sul Piano Nazionale di Azioni per la Salute Mentale (PANSM) 2025-2030 alla luce della prospettiva teorico-metodologica della Psicologia di Comunità. Attraverso un’analisi di alcuni assi strategici del Piano, vengono evidenziate potenzialità e criticità in relazione ai temi dell’integrazione socio-sanitaria, della prevenzione, della partecipazione e del rafforzamento della dimensione territoriale della cura. Si sostiene che l’approccio ecologico, partecipativo e orientato all’empowerment proprio della Psicologia di Comunità possa contribuire a potenziare l’efficacia del PANSM, promuovendo una concezione della salute mentale come bene comune radicato nei contesti di vita e nelle reti sociali.

Fiorella Bucci, Sergio Salvatore

La contemporaneità della clinica e la clinica della contemporaneità

RIVISTA DI PSICOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2026

La psicologia clinica si è storicamente sviluppata assumendo come proprio fondamento una concezione della soggettività ereditata dalla modernità: quella di un soggetto dotato di razionalità riflessiva, capace di orientare il proprio agire e, attraverso di esso, contribuire alla riproduzione dell’ordine sociale. Il presente contributo sostiene che tale configurazione antropologica si stia dissolvendo e che le forme emergenti della soggettività richiedano un ripensamento delle categorie teoriche e cliniche consolidate. Integrando teoria psicologica e analisi dei processi storico-sociali, il lavoro propone di interpretare la contemporaneità come l’affermarsi di una diversa modalità di organizzazione dell’esperienza. La tesi centrale è che la dissoluzione delle forme vitali del legame sociale e la crescente diffusione di ambienti altamente astratti e al tempo stesso percettivamente saturi abbiano modificato le condizioni entro cui la mente realizza la stabilizzazione delle proprie rappresentazioni. Da questa prospettiva, la cosiddetta mutazione antropologica non riguarda l’intensità di fenomeni già noti, ma il modo stesso in cui l’esperienza viene costituita. Ne consegue che il paziente contemporaneo non può essere interpretato come una deviazione rispetto a un modello universale di soggettività, ma come espressione di una diversa configurazione storico-culturale dell’umano. Il contributo si conclude sostenendo la necessità di una revisione delle categorie fondative della psicologia clinica, orientata a una rinnovata attenzione ai processi di costruzione di senso e alle condizioni storico-sociali della soggettivazione.

Mariapaola Aimo

Da Coleman a Bervidi: una tutela rafforzata contro le discriminazioni per associazione sulla base della disabilità

GIORNALE DI DIRITTO DEL LAVORO E DI RELAZIONI INDUSTRIALI

Fascicolo: 191 / 2026

Il contributo analizza la sentenza resa dalla Corte di giustizia dell’Unione europea nel caso Bervidi, grazie alla quale viene rafforzata la protezione del lavoratore caregiver di una persona con disabilità, ampliando il raggio di operatività della direttiva 2000/78 sulla parità di trattamento in materia di occupazione. Nell’esaminare le questioni pregiudiziali sollevate innanzi alla Corte, e le rispettive risposte, l’Autrice concentra l’attenzione sia sui contenuti innovativi della pronuncia, sia sulle tecniche argomentative e interpretative utilizzate. Sotto il primo profilo, vengono messi in luce i passi avanti che la pronuncia compie rispetto al noto precedente Coleman, con riguardo all’espresso riconoscimento a favore del caregiver della tutela contro la discriminazione indiretta per associazione e con riguardo all’attribuzione in capo al datore di lavoro di un obbligo di accomodamenti ragionevoli, destinato a incidere sulle sue scelte organizzative. Sotto il secondo profilo, l’Autrice sottolinea l’interpretazione teleologica e dinamica della direttiva 2000/78 adottata dalla Corte di giustizia, che valorizza l’argomento dell’effet utile e il vincolo di interpretazione conforme rispetto agli obblighi internazionali.

Giampiero Proia

Un commento a Corte costituzionale n. 156/2025

GIORNALE DI DIRITTO DEL LAVORO E DI RELAZIONI INDUSTRIALI

Fascicolo: 191 / 2026

Dopo una sintetica cronistoria dei precedenti della giurisprudenza costituzionale, e dei profili di incoerenza che essi presentano tra loro, lo scritto concentra l’attenzione sul nuovo criterio selettivo che è stato aggiunto dalla sentenza n. 156/2025 nel testo dell’art. 19 della l. 300/1970. Pur rilevando il profilo di disarmonia che esso comporta con il criterio risultante dal referendum del 1995, vengono evidenziate le ragioni che spiegano e giustificano l’intervento additivo della Corte. Vengono, poi, esaminati i principali problemi applicativi e le possibili soluzioni. Infine, si osserva che la eventuale revisione della norma da parte del legislatore, sollecitata dalla Corte, non è costituzionalmente vincolata ad assumere l’azienda come perimetro della verifica della rappresentatività.

Massimiliano Delfino

La Corte di giustizia, la direttiva salari e i limiti di competenza

GIORNALE DI DIRITTO DEL LAVORO E DI RELAZIONI INDUSTRIALI

Fascicolo: 191 / 2026

Il contributo ha a oggetto la sentenza della Corte di giustizia che ha annullato solo parzialmente la direttiva 2022/2041 sui salari minimi adeguati. L’Autore ripercorre i punti salienti della sentenza della Corte di giustizia. Successivamente si sofferma sulle altre materie, oltre alla retribuzione, in cui l’Unione europea non ha competenza, ossia il diritto di associazione, il diritto di sciopero e il diritto di serrata. La parte finale del contributo è dedicata alla questione dell’operatività, negli ordinamenti interni, delle norme della Carta dei diritti fondamentali in materia, senza trascurare le ripercussioni della pronuncia sull’ordinamento italiano.

Salvo Leonardi

Comitati aziendali europei: un nuovo tagliando alla direttiva a trent’anni dalla istituzione

GIORNALE DI DIRITTO DEL LAVORO E DI RELAZIONI INDUSTRIALI

Fascicolo: 191 / 2026

Nell’arco di tre decenni, l’esperienza dei Comitati aziendali europei (Cae) ha avuto tempo e modo per rivelare sia le sue potenzialità che i suoi tratti di criticità. La loro istituzione e diffusione rappresenta tuttora una delle poche conquiste tangibili e operative nelle relazioni industriali sovranazionali. Ciò nondimeno, numerose ricerche empiriche ne hanno segnalato carenze quantitative e qualitative, variamente imputabili all’insoddisfacente quadro normativo e alla persistente difficoltà ad armonizzare le pratiche sindacali nazionali in un più incisivo spirito di convergenza e solidarietà internazionale. In questo scenario, a fine 2025 è stata varata una nuova direttiva che emenda la precedente su diversi punti cruciali. In questo articolo si intende fornire una valutazione dell’esperienza complessiva dei Cae, attraverso una rassegna della letteratura internazionale che ne ha monitorato e analizzato lo sviluppo, per concludere con un focus finale sulla nuova direttiva e sulle prospettive che potrebbe aprire per il futuro.

Paolo Pascucci

La legge n. 146/1990, oggi. Un’eccessiva limitazione del diritto di sciopero nei servizi essenziali?

GIORNALE DI DIRITTO DEL LAVORO E DI RELAZIONI INDUSTRIALI

Fascicolo: 191 / 2026

Il saggio analizza le problematiche relative all’eccessiva restrizione dell’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali nell’applicazione della l. 146/1990. In gran parte l’analisi si concentra su di una recente decisione del Comitato europeo dei diritti sociali che, sulla base di un reclamo di un sindacato italiano, ha rilevato nella disciplina italiana e nella sua applicazione una serie di violazioni della Carta sociale europea. Da un altro lato, anche se in misura più circoscritta, l’analisi viene estesa a una vicenda di qualche anno fa relativa a uno sciopero generale rispetto alla quale la Commissione di garanzia della legge sullo sciopero nei servizi essenziali ha adottato un provvedimento che ha suscitato varie critiche in particolare per aver “esautorato” i sindacati dal loro potere di definire che cosa sia uno sciopero.

Gabriella D’Ambrosio, Maria Cristina Antonucci, Ilaria Di Tullio

L’invisibilità delle donne nella scienza e nella ricerca: un nuovo paradigma interpretativo dal Progetto PRIN PNRR 2022 “LeI”

WELFARE E ERGONOMIA

Fascicolo: 1 / 2026

Questo contributo analizza le forme persistenti di esclusione e marginalizzazione delle donne nella ricerca scientifica, integrando la critica femminista alla scienza con i risultati di un’indagine trasversale rivolta al personale di ricerca del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR). Su una popolazione target di 5.360 unità sono stati raccolti 951 questionari validi (tasso di risposta: 17,7%). L’analisi, di carattere descrittivo e bivariato, evidenzia differenze statisticamente significative tra donne e uomini nella percezione degli stereotipi, nell’esperienza dichiarata di discriminazione e nella valutazione delle opportunità di carriera. Il principale risultato interpretativo riguarda lo scarto tra il riconoscimento delle disuguaglianze come fenomeno strutturale e la loro attribuzione alla propria esperienza individuale. Le evidenze sono collocate nel contesto organizzativo del CNR, caratterizzato da una presenza femminile prossima alla parità nel complesso, ma decrescente ai livelli apicali. La natura volontaria della partecipazione, il possibile effetto di autoselezione e l’assenza, nel presente contributo, di analisi multivariate per età, anzianità, ruolo e area disciplinare circoscrivono la generalizzabilità dei risultati.