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L’incremento della capacità di auto-osservazione ha un ruolo centrale in diversi modelli di psicoterapia. Il presente lavoro ha lo scopo di proporre la procedura che abbiamo definito Ricostruzione Sequenzializzata Integrata (RSI), metodo finalizzato allo sviluppo delle capacità di auto-osservazione, come “piattaforma” entro cui integrare le tecniche a disposizione del professionista per l’impostazione del lavoro psicoterapeutico. La RSI mantiene i concetti cardine della Moviola, metodo proposto da Vittorio Guidano (1991) in ambito post-razionalista, tentando una sistematizzazione della procedura e una maggiore focalizzazione su corporeità, aspetti sensoriali, percettivi ed emozionali, che possa permettere un approfondimento del processo di organizzazione dell’esperienza sia top-down che bottom-up. Dopo aver definito la rilevanza di un metodo di auto-osservazione in psicoterapia e aver delineato i principi di base della Moviola, descriveremo nel dettaglio obiettivi e aspetti metodologici specifici delle procedure che caratterizzano la RSI. Successivamente, definiremo le possibilità di integrazioni metodologiche offerte dalla RSI e rileveremo vantaggi e limiti di tale metodo. Pur essendo necessario un progetto di ricerca che permetta di avvalorare i benefici dell’utilizzo della RSI in psicoterapia, riteniamo tale procedura un metodo trasversale, utile a molteplici orientamenti, in grado di favorire un’integrazione metodologica strutturale che permetta di far emergere diverse componenti dell’esperienza umana nella loro complessità al servizio del lavoro psicoterapeutico.
Il contributo presenta il Modello della Comunicazione Integrata e Trasformativa del Sé (CITS) applicato alla consegna della diagnosi nelle malattie rare e alle terapie di accompagnamento psicologico di pazienti e caregiver. Viene descritto uno studio pilota condotto dall’Équipe Thélema – Psicoterapia e Riabilitazione e dal Policlinico Universitario Umberto I di Roma con il supporto di OMaR – Osservatorio Malattie Rare, su un campione di 844 persone (437 pazienti e 407 caregiver), volto a esplorare la relazione tra modalità di comunicazione della diagnosi, sostegno psicologico e qualità della vita. I risultati confermano la rilevanza di un approccio multidisciplinare che includa stabilmente la figura dello psicoterapeuta esperto in malattie rare e supportano l’efficacia clinica del modello CITS, in particolare nelle fasi di consegna e rielaborazione della diagnosi.
Questo studio pilota, basato su un questionario online, ha coinvolto 844 partecipanti, di cui 437 persone con diagnosi di malattia rara o sindrome genetica e 407 caregiver, con un campionamento stratificato per patologia, genere e area geografica. L’obiettivo è esplorare la relazione tra modalità di comunicazione della diagnosi, sostegno psicologico e qualità della vita, alla luce del Modello della Comunicazione Integrata e Trasformativa del Sé (CITS), fondato su teoria post-razionalista, teoria dell’attaccamento e schema delle 5W.
Le analisi (descrittive, inferenziali, fattoriali, path analysis e SEM) evidenziano che il sostegno psicologico è significativamente associato a una migliore qualità della vita nei pazienti, mentre per i caregiver emergono livelli elevati di turbamento emotivo pur in presenza di una valutazione mediamente più positiva della qualità di vita dei loro assistiti. Sia pazienti sia caregiver tendono a preferire una comunicazione precoce della diagnosi, con una quota crescente che indica la modalità graduale (“seed planting”) come preferibile, soprattutto quando è presente un supporto psicoterapeutico.
I risultati validano il modello CITS come cornice clinica utile a guidare la consegna della diagnosi e gli interventi di accompagnamento, confermando la centralità dello psicoterapeuta all’interno di un’équipe multidisciplinare dedicata alle malattie rare.
Le persone con disabilità intellettiva (DI) sono frequentemente escluse dai percorsi di psicoterapia, in particolare dagli approcci cognitivo-comportamentali (CBT), sulla base del pregiudizio che le loro difficoltà cognitive rendano difficile l’accesso ai processi di insight e di autoriflessione richiesti da tali modelli. Tuttavia, la crescente attenzione ai modelli di psicoterapia adattata (adapted CBT) e ai programmi evidence-based per disturbi del neurosviluppo e le condizioni genetiche rare suggeriscw che, con opportuni adattamenti metodologici, la CBT possa rappresentare un intervento efficace anche in questa popolazione.
Il presente studio esplorativo si propone di valutare la fattibilità e gli effetti preliminari di un percorso di terapia cognitivo-comportamentale-neuropsicologico integrata (nCBT), rivolto a giovani adulti con Sindrome X Fragile (FXS), nota come principale causa di DI legata a mutazione di un singolo gene.
Lo studio, condotto su dieci giovani adulti pugliesi con FXS, valuta la fattibilità di un anno di percorso nCBT chiamato “Corp-Osa-Mente” (CoM), ed è stato ideato dalla dott.ssa Federica Alice Maria Montanaro. Il modello CoM integra tecniche neuropsicologiche, cognitive, comportamentali e occupazionali, combinando incontri di gruppo in presenza e online, in collaborazione con educatori, per favorire la generalizzazione delle competenze alla vita quotidiana. I risultati evidenziano un miglioramento significativo nelle capacità comunicative, socio-pragmatiche, adattive e nel funzionamento emotivo, insieme a una riduzione dei sintomi ansiosi e depressivi dopo un anno di lavoro. Le analisi statistiche hanno altresì evidenziato un incremento nei punteggi delle scale ABAS-II (funzionamento adattivo), CCC-2 (abilità comunicative) e BRIEF-2 (controllo emotivo). È stata infine rilevata una crescita nella qualità della vita familiare.
Il lavoro suggerisce che la psicoterapia sia possibile anche nelle persone con DI, purché adattata alle loro capacità cognitive e supportata da un contesto educativo. Pur con limiti legati alla piccola dimensione del campione e all’assenza di un gruppo di controllo, CoM rappresenta un intervento innovativo e replicabile, attualmente in estensione in altre popolazioni con condizioni genetiche rare/semirare e DI. I risultati sostengono la validità clinica e la fattibilità della CBT di gruppo per l’FXS, promuovendo un approccio integrato e multidisciplinare alla salute mentale nelle disabilità intellettive.
Viene presentato il caso clinico di Sara, 17 anni, affetta da malattia rara multisistemica e insufficienza renale cronica, seguita dall’UOSD Psicologia presso l’Ospedale Pediatrico Giovanni XXIII di Bari.
L’intervento, in linea con le più recenti raccomandazioni in tema di assistenza globale nella patologia organica complessa (CNOP, 2019; PNMR, 2023; PNC, 2016; 2025; PANSM, 2025), ha previsto l’integrazione di diversi livelli: assessment, psicoeducazione con l’équipe medica, parent training, patient engagement, psicoterapia CBT e tecniche di terza generazione (ACT e Mindfulness), valutazione degli esiti psicologici.
Gli obiettivi della psicoterapia hanno riguardato la promozione dell’accettazione e dell’autoregolazione della malattia, la gestione del dolore, il supporto alla fine di vita. L’uso della metafora Pac-Man ha favorito la rappresentazione della malattia promuovendo accettazione, regolazione emotiva e resilienza. Il caso mostra come la psicoterapia, all’interno di un approccio integrato, possa aiutare a rinegoziare il senso e i compiti evolutivi anche di fronte a prognosi severe.
Lo stress percepito dai caregiver di pazienti con RASopatie rappresenta una sfida clinica rilevante, soprattutto in contesti complessi come quelli ospedalieri, dove il carico emotivo e assistenziale si intensifica. Il focus di studio è stato valutare i livelli di stress genitoriale in famiglie con bambini affetti da sindrome cardio-facio-cutanea (CFC) e sindrome di Costello (CS). Il campione di studio comprende 39 bambini (22 CFC, 17 CS) e 53 genitori; questi hanno completato la versione italiana del Parenting Stress Index-Short Form. I risultati evidenziano che i caregiver del gruppo CFC riportano livelli significativamente più elevati di stress totale e nelle sottoscale “Parental Distress”, “Parent-Child Dysfunctional Interaction” e “Difficult Child” rispetto al gruppo CS. Una quota maggiore di genitori CFC presenta punteggi clinicamente rilevanti (=85° percentile). L’analisi multivariata, ponderata per il ruolo genitoriale, conferma che l’appartenenza al gruppo CFC si associa a un aumento medio di ~18-25 punti percentile (p < 0.05) nello stress percepito. I dati raccolti confermano che il supporto psicologico ai caregiver rappresenta un elemento chiave negli interventi centrati sulla famiglia, soprattutto in presenza di quadri clinici complessi e ricoveri prolungati, contribuendo a ridurre il carico emotivo e a migliorare la qualità della vita sia dei pazienti che dei loro familiari.
L’aspetto principale nel fronteggiare una condizione di malattia è l’impatto che questa ha sul corpo: non solo in termini di funzionalità, ma anche in termini di alterazione nell’esperire la propria corporeità (Grinfelde, 2018). La sofferenza fisica ed emotiva derivanti da una malattia impongono altresì il confronto con cambiamenti di sé e del proprio stile di vita (Bottomley et al., 2022). Il presente lavoro si propone di illustrare, attraverso la presentazione di un caso clinico, il lavoro sulle narrazioni autobiografiche in psicoterapia e come esso favorisca una rilettura delle vicende di malattia verso una migliore integrazione rispetto al sé ed una maggiore autoefficacia, in termini di problem solving e di fronteggiamento delle esperienze negative (Lenzi et al., 2014). Verranno altresì illustrati alcuni aspetti centrali della metodologia di elaborazione conoscitiva applicata al fronteggiamento delle malattie organiche croniche e sulle relative strategie di intervento (Lenzi, 2018).
Daring Dreams of the Future. Slovenian Mass Migrations 1870-1945. Serie: Thought, Society, Culture: Slovenian and South Eastern European Perspectives. Vol. 5. Lausanne- Switzzerland: Peter Lang; 460 pp., € 68,02; ISBN 9783631898970
Negli ultimi decenni, la diaspora è stata riconosciuta come attore importante all’interno dell’industria mondiale dello sviluppo, non solo per il volume crescente delle rimesse inviate, ma anche per l’interesse specifico che organizzazioni internazionali e governi nutrono nei suoi confronti. Si sono infatti moltiplicate le iniziative e le strategie volte a incanalare le risorse della diaspora al servizio di progetti di sviluppo nazionale. Tuttavia, le definizioni di diaspora e gli approcci strategici contenuti nei documenti programmatici di vari attori istituzionali sembrano discostarsi da quanto invece evidenziato dal mondo accademico. Queste divergenze sembrano aprire uno spazio ad una concezione utilitarista ed escludente della diaspora, con possibili conseguenze sul piano sia teorico che pratico. Il saggio prende spunto dalle politiche di coinvolgimento della diaspora recentemente lanciate di alcuni Paesi africani per sviluppare alcune riflessioni teoriche che possono essere utili per lo sviluppo di futuri studi e ricerche sul tema.
The COVID-19 syndemic hit disadvantaged social groups hard, especially migrants. Municipalities had to address magnified vulnerabilities during lockdowns, impacting migrants' access to social services and urban citizenship. This paper investigates how Italian local administrations and networks managed migrants' vulnerabilities during the COVID-19 syndemic, and how this shaped urban migrant citizenship in small and medium-sized towns (SMTs). Here urban citizenship is understood in terms of access to social rights and resources locally, amid weakened national welfare provisions. Presenting the results of a qualitative research based on interviews with policymakers and civil society actors in the Marche region (20202021), this paper will show how new, emergency-driven responses from public and private actors addressed these challenges. The long-term effectiveness of these approaches in supporting a complex, vulnerable population remains an open question.
La formazione di coppie e famiglie miste è uno degli indicatori più eloquenti dello sviluppo di una società multietnica, in cui la sfera delle scelte personali più intime sfida le convenzioni sociali ancorate alle tradizioni omogamiche. Le coppie miste, tuttavia, soprattutto quando uno straniero si unisce con una donna del luogo, rimangono un fatto sociale atipico, spesso malvisto. L’articolo approfondisce il tema sulla base di una recente ricerca promossa da Aifcom (Associazione italiana famiglie e coppie miste) e Centro studi Confronti (2024), basata su una rilevazione quantitativa mediante un questionario e su sette focus group organizzati in sette diverse città. I principali risultati rivelano la prevalenza delle unioni miste come sbocco di un’integrazione riuscita, da parte di persone per oltre la metà laureate e appartenenti alla classe media.
L’articolo presenta un percorso di ricerca partecipativa sui confini sociali nei contesti educativi, combinando approccio biografico e Teatro-Forum, tecnica del Teatro dell’Oppresso. L’analisi si concentra sulla biografia di Francisco, studente con background migratorio, la cui storia educativa è stata raccolta tramite un’intervista biografica. Sono emersi diversi “boundary events” (Twine, 1996), situazioni in cui i soggetti si scoprono percepiti come “diversi” e tale attribuzione di alterità può essere confermata o contestata. Questi eventi sono stati rielaborati collettivamente in chiave teatrale, per analizzare la riproduzione dei confini sociali nei mondi educativi e le possibili forme di agency per una loro rinegoziazione. Ripercorrendo i “boundary events” narrati da Francisco e successivamente teatralizzati, analizziamo alcune dinamiche di esclusione e mortificazione scolastica che segnano i percorsi di molti studenti con background migratorio. Riflettiamo inoltre su come il percorso teatrale abbia favorito la trasformazione di esperienze individuali in storia collettiva, favorendo l’esplorazione di possibili tattiche di resistenza all’oppressione e stimolando nei partecipanti la capacità di pensarsi come agenti di cambiamento.
A partire dalla prospettiva degli studi sulle disuguaglianze nell’istruzione terziaria (Bathmaker et al., 2016), questo contributo mobilita gli attrezzi concettuali che provengono in parte dall’opera di Pierre Bourdieu (Bourdieu e Passeron, 1970), in parte dalla prospettiva dell’intersezionalità (Crenshaw, 1989), per indagare il vissuto soggettivo di una studentessa con background migratorio, Amina, con un duplice obiettivo: 1) quello di illustrare i processi attraverso cui si producono e riproducono i processi di stabilizzazione del potere e del privilegio dentro, e attraverso, l’istruzione superiore; 2) quello di dar conto delle pratiche con cui gli studenti negoziano con il campo universitario a partire da una posizione dominata.
Il presente contributo propone alcune riflessioni sociologiche nate da un’indagine che ha voluto esplorare le traiettorie educative di un gruppo di studenti e studentesse con background migratorio, iscritti all’istruzione e formazione professionale. La ricerca ha indagato le dinamiche che determinano la scelta dell'istruzione professionale da parte di alcune famiglie di origine immigrata, cercando di comprendere le motivazioni che rendono tale percorso una strada, in molti casi, obbligata. In particolare, il presente articolo, si interroga su come tale percorso venga oggi interpretato. Pur rappresentando spesso una chance canalizzata (Romito, 2016), l’istruzione e formazione professionale propone esperienze che sembrano potersi evolvere in opportunità di agency e autodeterminazione per i giovani e le giovani con background migratorio (Pozzebon, 2020). In tal senso si è voluto indagare se questa popolazione studentesca possa risignificare l’istruzione e formazione professionale ancora percepita “scuola di serie B”, nobilitando una forma di educazione che è stata storicamente stigmatizzata.
Nell’articolo si esplorano le esperienze dei Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) nella scuola italiana, analizzate attraverso la lente critica del “confine”, posizione epistemologica e punto di vista teorico con cui guardare e comprendere processi di esclusione e pratiche di resistenza. Il tema è approfondito combinando dati quantitativi, ricavati da una survey nazionale su un campione di enti di accoglienza, e 52 interviste biografiche con MSNA, raccolti nell’ambito di un ampio studio mixed-methods. Dai risultati emerge che i MSNA si scontrano con confini materiali e simbolici definiti dal regime migratorio e scolastico, che vengono osservati in questa sede nella loro intersezione con le dimensioni di spazio e tempo. Questi confini limitano l’accesso all’istruzione inclusiva e indirizzano i MSNA verso spazi formativi segreganti. Tuttavia, alcuni tra gli intervistati esprimono una forte agency attraverso pratiche di debordering, valorizzando l'apprendimento come chiave di adattamento e resistenza.
I bambini e le bambine imparano a fare i conti con i processi di razzializzazione fin dalla prima infanzia e riproducono le rappresentazioni coloniali dell'alterità. Sono attori sociali attivi e competenti. Non si limitano a riprodurre le gerarchie razziali, ma le sfidano quotidianamente utilizzando le culture dei pari. Lo studio si concentra sugli sguardi e le voci di bambini della scuola primaria con e senza background migratorio e, attraverso l’uso di metodi qualitativi (la produzione soggettiva di testi e disegni e i focus group tra coetanei), ci permette di esplorare diverse forme di razzismo. Il saggio offre diversi esempi di razzializzazione presenti nella vita quotidiana di bambine e bambini, mostrando come i protagonisti della ricerca mettano in relazione le diverse forme di razzismo con la questione della classe e si interroghino sulle radici storiche del razzismo. Infine, la ricerca evidenzia un ruolo importante svolto dai bambini con un background migratorio (e/o razzializzati come non bianchi) nelle interazioni tra pari, che è stato quello di interrompere la riproduzione silenziosa delle gerarchie razziali e di problematizzare il privilegio bianco.
Alla luce delle policy internazionali che puntano ad investire sui servizi 0-6 anni per ridurre le disuguaglianze formative, si presenta la situazione dei servizi di childcare in Italia e la domanda di inclusione educativa espressa dalle famiglie di origine immigrata. Ci si chiede quali siano i principali ostacoli all’inclusione e, non essendo la scuola dell’infanzia obbligatoria, se i genitori immigrati esercitano una libertà attiva attraverso la scelta di childcare. Dopo una introduzione sul concetto di chance di vita, vengono messi in luce i processi di inclusione/esclusione attraverso gli studi empirici disponibili in Italia sulla prescolarità, che delineano le barriere materiali, culturali e sociali per le famiglie straniere. In seguito viene presentata un’indagine esplorativa (mediante intervista semi-strutturata) su 15 genitori stranieri che hanno iscritto o hanno rinunciato a iscrivere i figli alla scuola dell’infanzia in un’area a forte processo migratorio in Lombardia. I risultati mostrano che la domanda di inclusione è elevata e trasversale a diverse provenienze etniche e che essi nutrono aspettative soprattutto verso l’insegnamento precoce della lingua italiana come garanzia di successo formativo ed economico. La scelta di un servizio non obbligatorio, ma facilitato dalle misure di sostegno degli enti locali, sembra consapevole e soddisfacente, per questo sono favorevoli all’obbligatorietà. Non rilevano barriere materiali e culturali di tipo sistematico, ma solo singoli episodi di discriminazione subìta, mentre emerge il rischio di segregazione in plessi e sezioni composte in maggioranza o in toto da alunni di origine migratoria.
Questo contributo introduce la Special Issue di Mondi Migranti su scuola, università e giovani con background migratorio nel contesto italiano. La presenza di questi/e studenti e studentesse, ormai strutturale, assume oggi un'altra portata e si confronta con nuove dinamiche rispetto a quelle illustrate nell’ultimo monografico della rivista sulla scuola risalente al 2012. Con il loro aumento e progressivo radicamento, la letteratura accademica documenta numerosi studi che analizzano una condizione persistente di svantaggio scolastico, attribuibile a fattori socioeconomici e a forme di discriminazione legate alla storia familiare migrante e ai processi di razzializzazione, ma anche possibili traiettorie di successo. Ricerche recenti esplorano l’accesso all’università, mettendo in luce dinamiche di mobilità sociale e possibilità di agency. Gli articoli della Special Issue presentano ricerche riguardanti i diversi livelli d’istruzione, dalla scuola dell’infanzia all’università, includendo anche i minori stranieri non accompagnati. I contributi analizzano le voci di una pluralità di attori (studenti, ma anche genitori, insegnanti, operatori), utilizzando approcci mixed-method e di tipo qualitativo, come la raccolta di interviste semi-strutturate e focus group, oltre che pratiche di tipo biografico e partecipativo.