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Istituite nel 1962, le classi differenziali della scuola media furono soppresse appena quindici anni dopo. L’articolo sostiene che la loro parabola, lungi dal poter essere inquadrata nel solo alveo della storia scolastica, deve piuttosto essere contestualizzata in quella del riformismo di centro-sinistra, di cui condivise il fallimento. Introdotte per consentire a studenti con lievi deficit intellettivi e problemi caratteriali un recupero più veloce, erano state infatti concepite come un utile mezzo per contrastare le bocciature, ridurre l’abbandono scolastico e ampliare il bacino d’utenza della scuola media unica. Come però fu evidenziato da articoli e inchieste condotti tra il Sessantotto e l’inizio degli anni Settanta, strutture scolastiche obsolete e resistenze della classe docente alla scuola media unica promossero un utilizzo distorto dell’insegnamento differenziale, spesso utilizzato come vero e proprio canale dove immettere tutti quegli alunni le cui condizioni sociali, economiche e culturali rendevano loro difficile seguire il programma.

Da molto tempo la pedagogia si interroga rispetto alla sua relazione con la politica, se non altro a motivo della percezione diffusa di non essere considerata come riferimento autorevole nella formulazione delle politiche educative; in particolare, negli ultimi anni, da più parti si è insistito sulla necessità per l’indagine pedagogica di riflettere sul contributo che la ricerca educativa può offrire alle politiche pubbliche in materia di istruzione, formazione e orientamento, a fronte delle rapide trasformazioni che attraversano la società postmoderna e della profonda crisi che sembra attanagliare le agenzie educative e i sistemi formativi. Le argomentazioni svolte pongono in luce il fatto che l’opportunità di chiarire in quali "termini" e a quali "condizioni" la ricerca educativa può essere una risorsa per le politiche pubbliche, la necessità di approfondire, sotto il profilo metodologico, i criteri in ragione dei quali attribuire/giudicare tale funzione e i relativi metodi/strumenti ad essi adeguati e l’esigenza di affrontare interrogativi etici connessi con la relazione fra pedagogia e politica sono questioni di natura complessa fra loro intrinsecamente interconnesse

Nanchino Nanchino, già sede imperiale sotto la Dinastia Ming, nel corso dell’Ottocento venne coinvolta solo tangenzialmente nella rapida e violenta stagione di apertura della Cina all’Occidente successiva alla Prima Guerra dell’Oppio (1839-1842). Fu con la Rivolta dei Taiping che essa riacquistò una nuova centralità, assurgendo a capitale dell’autoproclamato "Regno Celeste della Grande Pace". Si trattò però di un periodo effi mero, e di lì a poco la riconquista della città da parte delle truppe Qing (1864) comportò la distruzione di buona parte dello spazio urbano. È proprio a partire dagli anni successivi alla sua presa da parte dell’esercito imperiale cinese che possediamo diversi resoconti autoptici di viaggiatori italiani, i quali descrivono l’area urbana come una città morta, disseminata di rovine e connotata in senso rurale entro le mura. Ulteriori distruzioni si verifi carono durante la Rivoluzione Xinhai (1911-1912), la quale condusse alla nascita della Repubblica di Cina, di cui proprio Nanchino fu inizialmente proclamata capitale. Giunsero ora in città diversi giornalisti italiani richiamati dal nuovo corso repubblicano e dalla fi gura di Sun Yat-sen: i racconti odeporici di questa fase proseguono nell’alveo della costruzione di un vero e proprio mito decadente nanchinese, segnato da una storia di devastazione ripetutasi ciclicamente nel tempo. È tra la fi ne degli anni Venti e gli anni Trenta che il quadro cambiò radicalmente. Nel 1927 Chiang Kai-shek trasferì nuovamente la capitale a Nanchino, la quale diventò, agli occhi dei viaggiatori italiani (solitamente, in questo periodo, aderenti in pieno al Fascismo), la "capitale creata" della nuova Cina nazionalista: una città in fermento e in pieno boom edilizio grazie al Kuomintang. La successiva Seconda Guerra Sino- Giapponese (1937) e, più tardi, la Seconda Guerra Mondiale chiusero bruscamente questa stagione.

Domenico Guzzo

Da "non garantiti" a precari

Il movimento del '77 e la crisi del lavoro nell'Italia post-fordista

Con un inedito e fertile approccio interdisciplinare, che spazia dalla storia contemporanea alla sociologia, passando per la filosofia politica, la critica artistica, gli studi giuridici, l’analisi dei processi produttivi e finanziari, il volume ricostruisce la dialettica fra il rapido consumarsi del “movimento ’77” e l’affermarsi della precarietà lavorativa nell’Italia del post-miracolo economico.

cod. 1529.2.139

Stefano Greco

Da "risorse umane" a Persone

Idee, testimonianze aziendali e proposte operative per trasformare la cultura del lavoro in Italia

Questo libro vuole raccogliere la sfida del Ritorno alle Persone, nel senso del concreto recupero della centralità del valore delle persone nelle organizzazioni e negli altri sistemi sociali. Non offre solo riflessioni, idee – l’autore ne descrive 101 nel capitolo quattro –, ma testimonianze aziendali e proposte operative, evitando la vuota retorica e puntando direttamente a soluzioni.

cod. 561.340

Immediately after the Second World War and the end of the Italian Civil War, Italy was interested by a phenomenon of "divided memories". On the one hand there was the official public memory, which denied combatant qualification to soldiers who had fought in the army of the fascist Italian Social Republic (Repubblica sociale italiana, RSI) and condemned their experience; on the other hand there was the neo-fascist memory which inherited the political, cultural and ideological values of RSI soldiers and put all the efforts to legitimize them through their inclusion in public memory. Over the decades, this neo-fascist struggle over memory has had partial success: the negative image of the Italian Social Republic soldiers went weakening and the previously disparagingly labelled "repubblichini" became the subjects of moving and romantic songs, movies and fictions. Now called "ragazzi di Salo" ("Salo boys"), they were integrated in the Italian collective memory and started to be represented as people who made choices in good faith to defend their homeland and honour. Although the attempts to legislatively equate the fascist and anti-fascist (partisans) fighters as combatants have not been successful, the new rhetoric about "Salo boys" has penetrated deeply into Italian collective memory.

Sauro Mocetti, Giacomo Roma

Da 8.000 a 1.000? Razionalizzazione e governance delle società pubbliche

ECONOMIA PUBBLICA

Fascicolo: 3 / 2020

La regolazione delle partecipate pubbliche tra disposizioni di finanza pubblica e necessità industriali L’articolo analizza gli effetti della riforma introdotta dal Testo unico sulle Società a Partecipazione Pubblica nel mondo delle Public Utilities e delle società pubbliche in generale. Il testo parte da una analisi del contesto di riferimento, dagli anni Novanta ai giorni nostri, riportando le vicende di un Comune capoluogo di provincia e si sofferma, più in generale, sulle caratteristiche del mondo delle società partecipate in Italia. Successivamente ci si sofferma su alcuni profili critici del Testo Unico, criticandone da una parte la poca incisività su alcuni temi ritenuti, dal legislatore stesso, importanti. Una questione è quella delle perdite, dove si sottovaluta la loro concentrazione in poche società. La seconda riguarda la eccessiva penalizzazione dell’in-house providing, richiedendo di rivisitare il quadro legislativo di sfavore. La terza si riferisce all’assenza di una visione industriale, sostenendo che sia puntare alla crescita dimensionale delle imprese, favorendo le aggregazioni.

Dipartimento di Pianificazione Università Iuav di Venezia* (Paper first received, November 2006; in final form, May 2007) From agglomeration to milieu: the interpretation of city in urban economics, starting from textbooks published in Italy. With the introduction of relational goods among the factors of development, the boundaries between applied economics and other social sciences are notably weakening. This process implies the redefinition of numerous categories, particularly in the field of spatial economics. But, in doing so, it faces considerable difficulties due to the arduous insertion of sociological categories in microeconomic analysis. “City” is an emblematic example of such an issue. Alongside its interpretation derived from the neoclassical paradigm, which is formally impeccable but poor in content, a new interpretation is now coming on stage, derived from the theory of milieus. Even if it is very promising on the substantive level, it still appears to be incapable of fully integrating itself within the standard economic analysis. This paper puts forward the possibility of integrating these two interpretations, by pointing to learning as the suitable operator for its realization. Placed on this analytical background, city can be interpreted as a cognitive milieu, having original and economically relevant characters compared to analogous spatial formations.

Angela Maria Di Vita, Paola Miano

Da Antigone a Sakineh

Culture femminili e soggettività

Il volume si rivolge a professionisti e studiosi, nonché a quanti si interessano a temi riguardanti il genere e i diritti umani, ponendo interrogativi che vogliono sollecitare una riflessione sulle questioni della coercizione, esplicita e mascherata, ma anche della libertà e dell’autonomia della donna.

cod. 772.13