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Ivana Fellini

L’articolazione del lavoro indipendente nell’assetto post-industriale

SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Fascicolo: 118 / 2010

L’articolazione del lavoro indipendente nell’assetto post-industriale Ivana Fellini Il saggio esplora l’articolazione del lavoro autonomo in Italia, a partire dai principali cambiamenti che lo hanno attraversato nei primi anni ’90: nel quadro di una sostanziale stabilità dell’occupazione indipendente, si ridimensionano le forme di lavoro autonomo a carattere imprenditoriale a favore di quelle di autoimpiego. La tendenza è caratterizzata tanto dall’affermazione di nuove forme di occupazione a cavallo tra lavoro subordinato e indipendente (il lavoro in collaborazione), quanto dall’indebolimento, anche nel lavoro in proprio tradizionale (autonomi e lavoro libero- professionale) degli spazi di autonomia più caratteristici, cioè indipendenza economica, autonomia operativo-gestionale e/o organizzativa. L’affermazione di una vasta area di parasubordinazione e l’arretramento della base autonoma del modello di imprenditorialità diffusa, legata alla transizione postindustriale e ai nuovi caratteri del capitalismo, è probabile indicatore, in Italia, di una fase di sviluppo che non riesce a cogliere le sfide della via "alta" alla flessibilità.

Roberto Di Monaco

I processi di apprendimento: chiave per la competitività delle piccole imprese

SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Fascicolo: 118 / 2010

Le piccole imprese, per reggere la competizione sulla qualità e l’innovazione, hanno crescenti esigenze di far leva sullo sviluppo delle risorse umane. Per far questo, però, devono riuscire ad essere coinvolte in contesti di apprendimento, non tanto creandoli al loro interno, quanto partecipandovi attraverso le reti lunghe e corte nelle quali sono immerse e dalle quali dipendono largamente per le loro attività. È il contesto locale, quindi, che deve essere in grado di sostenere, nelle nuove condizioni, pratiche di apprendimento sul lavoro, analoghe a quelle che per anni hanno funzionato nei distretti industriali, garantendo la rigenerazione delle competenze nei ‘laboratori cognitivi’ territoriali. In quest’ottica, diventa cruciale la dimensione organizzativa del territorio, necessaria per potenziare la cooperazione e per creare azioni orientate a strutturare apprendimento, in modo trasversale, in campi strategici per le piccole imprese: ricerca, servizi per l’innovazione e sviluppo di competenze chiave.

L’articolo si pone l’obiettivo di analizzare il ruolo degli attori nel processo di creazione di un distretto tecnologico a est di Milano. Il processo prende le mosse dalla gestione di una crisi aziendale diventata occasione per il rilancio della vocazione industriale dell’area. L’esito della politica è stata la creazione, attraverso la promozione di una rete tra imprese e enti territoriali, di un "polo tecnologico" su un’area già riconosciuta dalla Regione Lombardia come distretto hi-tech. L’articolo analizza le variabili di contesto (risorse e/o vincoli) e le caratteristiche degli attori coinvolti (definite in termini di risorse relazionali, cognitive, organizzative e materiali) che hanno trasformato una crisi aziendale in "finestra di opportunità" per la progettazione di un intervento di sviluppo locale. Rompendo un equilibrio dato, la decisione aziendale di delocalizzare ha aperto spazi per l’intervento di un pool di attori che, interpretando a proprio modo le caratteristiche della situazione e del contesto, hanno "visto" una soluzione differente da quella inizialmente immaginata dall’azienda (chiusura del sito).

Il concetto di "imprenditori istituzionali", attori individuali che promuovono processi di innovazione istituzionale, ha suscitato alcune perplessità riducibili al paradosso della "embedded agency": come possono tali attori sociali essere innovativi se essi stessi sono radicati in un campo istituzionale e soggetti a processi regolativi, normativi e cognitivi che strutturano le loro esperienze, definiscono i loro interessi e producono le loro identità? Le autrici di questo articolo indicano una possibile via d’uscita a tale paradosso nell’analisi del sistema di relazioni di cui gli imprenditori istituzionali fanno parte. Alcuni risultati di tale scelta teorica, e della sua attuazione metodologica ottenuti attraverso lo studio delle reti sociali e degli attributi relazionali grazie all’analisi di rete, sono qui illustrati a partire da una ricerca empirica sui processi di innovazione istituzionale riguardanti la coalizione di centrosinistra che ha governato la Regione Sardegna dal 2004 al 2008.

Il lavoro si propone di riflettere sui temi dello sviluppo locale a partire dalle studio delle politiche di genere. Lo studio di queste policy è infatti particolarmente utile per leggere le nuove sfide poste ai contesti locali chiamati a sviluppare nuovi interventi, pensati, sia per sostenere lo sviluppo economico dei territori, sia per promuovere una maggiore inclusione e giustizia sociale. Attraverso l’analisi delle linee programmatiche contenute nei Por e di alcune interviste a testimoni privilegiati, il paper si concentra sulle logiche e i significati delle politiche predisposte analizzando gli ambiti di intervento privilegiati. I risultati, a partire dai cinque modelli di intervento individuati avviano un confronto tra le diverse concezioni di sviluppo sottese ai diversi interventi con una riflessione sui meccanismi di regolazione e i sistemi di relazione tra i diversi stakeholder.

Gian-Luigi Bulsei

Strategie solidali. Organizzazioni nonprofit e sviluppo sostenibile

SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Fascicolo: 118 / 2010

Cosa significa per le organizzazioni nonprofit occuparsi di sviluppo locale? L’articolo analizza tre differenti casi: il coinvolgimento del terzo settore nelle politiche urbane come modalità per integrare interventi materiali e qualità sociale in alcuni quartieri di Torino; la cooperazione sociale come strumento per trasformare la lotta alla criminalità organizzata (la confisca dei beni alla mafia in Sicilia) in opportunità di sviluppo economico e civile; l’impresa sociale di comunità come soluzione innovativa per garantire sostenibilità economica ed ambientale alla produzione di energia in una valle del Trentino. L’autore sostiene che tra organizzazioni nonprofit e territorio c’è un doppio legame: un supporto del contesto locale all’imprenditorialità sociale ed un contributo delle cooperative alla qualità della vita in una determinata area. Un mix di inclusione, attivazione, innovazione sta alla base di strategie solidali per lo sviluppo sostenibile delle società locali.

L’obiettivo di questo contributo è quello di analizzare la nuova enfasi sul territorio riposta dalla nuova Politica Agricola Comunitaria e l’influenza di questa sulle politiche di sviluppo rurale a livello regionale, tenendo conto dei differenti attori implicati: gli imprenditori agricoli che operano nelle aree rurali, il "territorio" come soggetto attivo dei processi di sviluppo locale, ed infine le istituzioni regionali che fanno da supporto al primo settore.

A partire dagli anni settanta del secolo scorso nelle teorie dello sviluppo economico inizia a legittimarsi un nuovo framework concettuale. In precedenza, lo sviluppo era visto come accumulazione di fattori legati al lavoro e al capitale. A seguito tuttavia dei mutamenti nei modelli produttivi indotti dalla crescente competizione internazionale, accumulazione di conoscenza (capitale umano) e innovazione si impongono come elementi fondamentali per lo sviluppo delle economie più avanzate. Nelle scienze sociali e nelle agende politiche nazionali e sovra nazionali trova crescente legittimazione quindi il concetto di knowledge economy, in cui alle università spetta un ruolo fondamentale, sia per l’attività di formazione di capitale umano, sia per l’attività di ricerca. Le università dovrebbero pertanto integrarsi sempre più nella società, per rispondere alle esigenze dei principali stakeholders (studenti e attori economici) e produrre innovazione in collaborazione con (e per) l’ambiente esterno. In Europa il sistema di formazione terziaria del Regno Unito è considerato tra i più aperti alle esigenze del mondo economico, anche a seguito degli interventi di policy iniziati dai governi conservatori degli anni ottanta. La ricerca presentata in questo articolo mette in evidenza la non linearità di tale visione e soprattutto le contraddizioni e le retoriche intrinseche alle teorie e alle policies legate alla knowledge economy. Lo studio, che discute il rapporto tra università e attori socio-economici esterni nel Regno Unito, si basa sull’analisi di dati aggregati e interviste qualitative a testimoni privilegiati sia a livello nazionale sia in quattro studi di caso svolti a Manchester e Liverpool.

Michele Rostan, Massimiliano Vaira

Gli spin-off universitari in Italia: un possibile contributo allo sviluppo?

SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Fascicolo: 118 / 2010

Nell’ultimo decennio, il fenomeno degli spin-off universitari (Sou) ha attratto un crescente interesse. L’attenzione si è rivolta al mutamento dei sistemi e delle istituzioni di istruzione superiore - di cui gli Sou sono un aspetto - e alle ricadute che la creazione di Sou può avere sullo sviluppo in un’economia basata sulla conoscenza. Dopo aver delineato il quadro dei mutamenti istituzionali nei quali il fenomeno degli Sou ha il suo radicamento, vengono presi in considerazione lo sviluppo degli Sou in Italia e il loro apporto allo sviluppo economico locale. Le informazioni presentate indicano la plausibilità della relazione tra sviluppo degli Sou e trasformazione dell’ambiente istituzionale e dell’organizzazione delle università mentre non consentono ancora una piena valutazione del contributo degli Sou allo sviluppo locale. Gli elementi raccolti fanno tuttavia ritenere che gli Sou siano solo un elemento tra molti di un tessuto istituzionale favorevole allo sviluppo basato sulle alte tecnologie.

Franco Chiarello, Lidia Greco

Territorio e regolazione tra locale e globale: il caso delle politiche di sviluppo italiane

SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Fascicolo: 118 / 2010

Questo articolo fa il punto del dibattito sulle politiche di sviluppo in Italia, interrogandosi sul cambiamento della regolazione intervenuto negli ultimi decenni nel nostro Paese, sull’emergere di nuove scalarità e sugli esiti ad esse associate, utilizzando i contributi della sociologia economica e della geografia politica. Il Mezzogiorno è il principale riferimento dell’analisi. Si sostiene che la forte discontinuità introdotta nella politica di sviluppo non è riuscita a contribuire ad una altrettanto forte discontinuità nelle dinamiche economiche del Mezzogiorno. Le difficoltà non risiedono tanto nelle caratteristiche interne al modello quanto nella complessità della tensione tra locale e globale. L’articolo suggerisce l’opportunità di tornare a pensare allo sviluppo come ad una questione socio-politica e ad assumere una visione complessiva del problema. Rispetto a questo, è opportuno riconsiderare il ruolo dello Stato.

Victor Nee, Sonja Opper

Endogenous Institutional Change and Dynamic Capitalism

SOCIOLOGIA DEL LAVORO

Fascicolo: 118 / 2010

State-centered theory asserts that political institutions and credible commitment by political elite to formal rules securing property rights provides the necessary and sufficient conditions for economic growth to take place. In this approach, the evolution of institutions favorable to economic performance is a top-down process led by politicians who control the state. Hence, in less developed and poor countries, the counterfactual is that if formal institutions secure property rights and check predatory action by the political elite, then sustained economic growth would follow. The limitation of state-centered theory stems from the problem that behavioral prescriptions - formal rules and regulations - that reflect what politicians prefer can be ignored. In contrast, we lay out the bottomup construction of economic institutions that gave rise to capitalist economic development in China. Entrepreneurship in the economically developed regions of the coastal provinces was not fueled by exogenous institutional changes. When the first entrepreneurs decided to decouple from the traditional socialist production system, the government had neither initiated financial reforms inviting a broader societal participation, nor had it provided property rights protection or transparent rules specifying company registration and liabilities. Instead, it was the development and use of innovative informal arrangements within close-knit groups of like-minded actors that provided the necessary funding and reliable business norms. This allowed the first wave of entrepreneurs to survive outside of the state-owned manufacturing system. This bottom-up process resembles earlier accounts of the rise of capitalism in the West.

Recensioni

RIVISTA DI SESSUOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2010

Luigi Lombardo, Roberta Rossi

Sessualità e malattia neoplastica: criteri e strumenti per una consulenza sessuologica in oncologia

RIVISTA DI SESSUOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2010

La sessualità è un aspetto essenziale dell’identità personale ed un importante elemento che contribuisce a determinare la qualità della vita in molti pazienti affetti da malattia oncologica e nei loro partner. Tutti i tumori ed i trattamenti ad essi correlati possono avere delle ripercussioni sulla sessualità e possono provocare effetti sulle diverse fasi della risposta sessuale. Questi possono essere provocati da una compromissione delle funzioni fisiche, da un’alterazione dell’immagine corporea o da distress psicologici che spesso accompagnano la diagnosi ed il trattamento. Molti pazienti con una malattia oncologica possono apprezzare l’opportunità di discutere con gli operatori di loro fiducia aspetti che riguardano la sessualità e l’intimità e conoscere quali sono le ricadute che i trattamenti oncologici possono avere sulla sessualità. Ma i professionisti della salute hanno spesso difficoltà nell’accettare che pazienti affetti da una malattia oncologica possano continuare ad essere "sessuati", così la sessualità e l’intimità dei pazienti vengono ampiamente medicalizzate. I modelli PLISSIT, ALARM e BETTER offrono utili strumenti per valutare gli aspetti relativi alla sessualità e forniscono la possibilità di un intervento di counselling graduale che permette a medici ed infermieri di occuparsi degli aspetti della sessualità in base al proprio livello di competenza e di attitudine.

Marta Panzeri, Valentina Raoli

Il Brief Index of Sexual Functioning for Men (BISF-M): validazione su un campione italiano

RIVISTA DI SESSUOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2010

Lo scopo del presente studio è di costruire per la popolazione italiana una versione maschile, il Brief Index of Sexual Functioning for Men (BISF-M), del Brief Index of Sexual Functioning for Women (BISF-W) e di valutarne le proprietà psicometriche. Il campione studiato consiste di 190 uomini italiani di età compresa tra i 18 e i 74 anni. È stata condotta un’analisi fattoriale esplorativa (EFA) con il metodo delle componenti principali e rotazione VARIMAX. Sulla base dello sreetest sono stati considerati 4 fattori che spiegano il 47% della varianza totale: Sessualità di coppia (F1); Sessualità autoerotica (F2); Insoddisfazione (F3); Sessualità anale (F4). L’alpha di Cronbach è risultata, per questi fattori, .96 per F1, .90 per F2, .76 per F3 e .80 per F4, mentre per i 4 fattori emersi dall’EFA sul BISF-W è risultata .95 per F1, .89 per F2, .75 per F3 e .83 per F4. BISF-W e BISF-M costituiscono uno strumento utile per valutare la funzione sessuale delle coppie italiane.

Roberta Rossi, Elisabetta Todaro, Giovanna Torre, Chiara Simonelli

Omosessualità e desiderio di genitorialità: indagine esplorativa su un gruppo di omosessuali italiani

RIVISTA DI SESSUOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2010

Il desiderio di avere un figlio rappresenta un tipo di progettualità multidimensionale, complessiva ed allargata per l’identità individuale e di coppia. L’obiettivo della presente ricerca consiste nell’esplorare la presenza del desiderio di genitorialità in un gruppo di omosessuali italiani, approfondendo le motivazioni ed il grado di riflessività e d’intensità del desiderio di avere un figlio. La ricerca ha coinvolto 226 soggetti (143 M; 83 F) di età compresa tra i 17 ed i 67 anni (media 31 anni; DS 9.36). Le aree indagate nel presente lavoro sono: dati sociodemografici, l’orientamento sessuale, le motivazioni alla genitorialità (categorie: Benessere; Controllo Sociale; Felicità; Identità; Genitorialità; Continuità), il tempo impiegato a riflettere sui motivi per avere un figlio (Riflessività) e l’intensità del desiderio alla genitorialità (Intensità del Desiderio). I risultati evidenziano che un’ampia maggioranza del gruppo esprime un desiderio di genitorialità e l’intenzione di portarlo a compimento, con una maggiore rappresentanza delle donne e dei soggetti in coppia. I motivi per desiderare un figlio sono soprattutto legati alla sperimentazione dei sentimenti positivi che la relazione con un figlio comporta e al senso di realizzazione personale e di coppia. Non sono risultate per nulla influenti motivazioni di pressione sociale. L’indagine suggerisce l’importanza di considerare le nuove forme di progettualità espresse dagli omosessuali alla luce di vecchi stereotipi evidenziando la crescita di nuove assertività nell’affermazione identitaria omosessuale.

Chiara Simonelli, Francesca Tripodi, Stefano Eleuteri, Marta Giuliani

Lo sviluppo sessuale ed affettivo in età scolare

RIVISTA DI SESSUOLOGIA CLINICA

Fascicolo: 1 / 2010

Lo studio della "seconda infanzia", definita in letteratura internazionale middle childhood, ci offre una chiave di lettura più ampia dei processi di sviluppo sessuo-affettivi che si sono avviati già dai primi anni di vita. Il sesso biologico di appartenenza è infatti solo l’elemento primario dal quale si costruisce poi l’identità di genere, che viene intesa come la percezione soggettiva di appartenere al genere maschile o femminile. L’età scolare, nonostante non sia stata molto indagata dai ricercatori, si configura invece come una tappa fondamentale nel consolidamento del ruolo di genere, mediante il processo di socializzazione che la caratterizza. Nel presente articolo gli Autori si focalizzano proprio sui cambiamenti e le trasformazioni che contraddistinguono la fascia di età 6-12, affrontando il tema secondo un’ottica multidimensionale, che rispetti la complessa interazione di corpo, mente e società. L’analisi del consolidamento nella seconda infanzia dell’empatia, della reciprocità e dell’amicizia conduce ad un approfondimento critico del concetto di latenza sessuale.

Jean Maurice Blassel

La violenza della formazione

INTERAZIONI

Fascicolo: 2 / 2010

In questo articolo, l’autore riflette sulla formazione da un punto di vista psicoanalitico. Egli mette in prospettiva la violenza nelle famiglie e la violenza inerente ai processi di formazione, per poi soffermarsi, in particolare, sui giochi narcisistici che sottendono una formazione e sui processi invidiosi che possono svilupparvisi. L’autore conclude proponendo una modalità di supervisione che faciliti l’elaborazione dei giochi narcisistici