Tanto nella ricerca storica che in quella degli altri saperi esperti, così come nel dibattito pubblico, il tema della violenza (e della criminalità) femminile continua a presentarsi in modo carsico, raramente affrontato in maniera sistematica, per varie ragioni, correlate: una questione di proporzionalità, un persistente condizionamento culturale che associa agli uomini l’uso della forza, una sottovalutazione della pericolosità femminile, un’attenzione prevalente alla violenza compiuta sulle donne;; nei fatti, una sorta di disagio ad associare alle donne una natura violenta. Ma, la difficoltà di pensare la violenza delle donne sta dentro il medesimo quadro culturale che continua a farle oggetto di violenza, a riaffermare ruoli disomogenei e gerarchicamente disposti, a preservare un ordine (di matrice patriarcale) da non infrangere. Il contributo discute le ragioni di questa sottorappresentazione del fenomeno e ricostruisce il panorama degli studi esistenti, sottolineandone vuoti e pieni, ma anche potenzialità. E introduce i saggi qui raccolti che, partendo da questi presupposti, analizzano alcune forme di violenza e criminalità femminile fra medioevo ed età moderna, guardando in particolare alla fase giudiziaria, alla rappresentazione del reato e delle donne che lo compiono e, in definitiva, al processo come costruzione narrativa, epifenomeno di una quadrettatura della società che colloca uomini e donne in spazi predefiniti, concedendo loro talvolta, ma non necessariamente, criteri diversi di scostamento dalla regola.