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The aims of history education are inevitably contested and particularly so in the context of the United Kingdom where at least four nations are contained within one state structure. This article reviews the project of the English National Curriculum, introduced in 1988-1991, and revised and reissued since on four further occasions, and it traces change and continuity in the contents and disciplinary framing of the curriculum over time. Contrasts between these changes and the understandings of history espoused by historians and by politicians are considered, as are the varying ways in which political agendas have shaped and reshaped the curriculum.
Historical consciousness is a key concept in history education and history didactics. By tracing the history of the integration of historical consciousness in Dutch history education, this article highlights the complexities and negotiations involved in operationalizing the concept within curriculum frameworks. Additionally, the article discusses the limitations of current implementations and advocates for a “meta-historical consciousness”, a higher-order awareness of the frameworks and assumptions that shape our understanding of history, that encourages critical reflection on historical representation and its effects, as well as the influence of one’s own positionality.
Alfredo Lombardozzi, Elena Molinari, Roberto Musella (a cura
di), Forme del narcisismo. Teoria e clinica nella contemporaneità,
Raffaello Cortina, Milano, 2024, pp. 337, € 26,00
Paolo Fabozzi, Dispiegando margini. Nei dintorni di D.W. Winnicott.
E oltre, Franco Angeli, Milano, 2024, pp. 222, € 28,00
Gianluca Biggio, Il gabbio. Storie di umanità reclusa, Mimesis, Milano-
Udine, p. 142, € 14,00
Dinnanzi allo spettacolo di diffusi comportamenti, improntati all’avidità, l’autore si chiede quale ruolo essa abbia avuto nella genesi e nello sviluppo delle società capitalistica. Questo tema era già presente nei teorici dell’Illuminismo, convinti che avidità ed egoismo (“passioni anti-sociali”) potessero essere frenati da considerazioni “razionali” o “etiche”, che affondavano le radici nella “natura umana”, esaltando la funzione della società anche nella ricerca della “felicità privata”. Il problema sarà ripreso nei secoli successivi da vari teorici (Carl Marx, Max Weber, Werner Sombart, Émile Durkheim e altri ancora), con la consapevolezza che il capitalismo abbia profondamente trasformato la natura umana, enfatizzando il ruolo dell’avidità nel comportamento individuale e collettivo. Ora, considerati gli attuali squilibri sociali e am-bientali, determinati dal comportamento rapace di individui e gruppi, l’autore si chiede se un riorientamento del comportamento umano possa promuovere un cambiamento sociale.
L’autore propone un approfondimento del concetto di avidità attra-verso alcuni autori classici, da Freud, a Klein e Winnicott. Si evidenzia come l’avidità sia un sentimento primario, correlato a stati mentali pri-mitivi, come l’invidia e l’aggressività. Si sottolinea inoltre il carattere talora compulsivo di questo sentimento, rintracciabile soprattutto nella fase anale e orale dello sviluppo psicosessuale, così come definite da Freud. Tale caratteristica viene connessa anche con l’avidità compulsiva caratterizzante lo sviluppo economico attuale. Si fa riferimento alla nascita del Marketing come attività di supporto sociale al desiderio avido, aspetto strutturale concordemente attribuito all’era del consumi-smo. A queste considerazioni psicoanalitiche e psicosociali segue il flash clinico di una giovane paziente, esemplificativo del tema dell’avidità trattato teoricamente, sia a livello individuale che sociale. Infine vengono proposte alcune conseguenze cliniche di quella che gli psicoanalisti definiscono la società del narcisismo.
L’autrice di questo articolo sviluppa un pensiero relativo alla di-mensione dei movimenti intrapsichici e relazionali che avvengono in un percorso psicoanalitico quando emerge la presenza di situazioni in cui la sofferenza poggia su esperienze traumatiche relative a importanti carenze nell’area primaria dell’esperienza. Ci parla di un caso clinico che presenta uno stato di angoscia profondo, di dipendenza affettiva e da sostanze che minano la sua capacità di autonomia sociale. Si pre-sentano gravi episodi di dissociazione, con rischi di compromissione della stabilità e senso di sicurezza, che hanno richiesto l’ascolto e il contenimento di stati di crollo psicologico. Una esperienza in cui av-vengono trasformazioni psichiche nei soggetti (analista e paziente), come nella relazione, richiedendo l’attraversamento di movimenti che, per poter accedere ad elaborazioni verso la vitalità, devono poter tolle-rare fasi mortifere con il rischio di distruzione del contenitore analitico. Il metodo teorico-clinico proposto, poggia sulla relazione elaborati-va e trasformativa contenitore?contenuto e dei legami (secondo Bion), sugli aspetti dinamici dell’esperienza clinica, che vanno a com-prendere rovesciamenti di prospettiva, il lavorare con aree psicotiche, poggiandosi sul negativo (Green, 1983).
L’esperienza di beatitudine rappresenta l’indizio che una mente sta nascendo nel bambino e nel paziente. Perché questa esperienza possa accadere, occorre l’incontro tra la capacità di rêverie della madre e la capacità di tollerare la frustrazione della crescita e della trasformazio-ne, del bambino. Pur essendo la beatitudine come tutte le emozioni, effimera, produ-ce conseguenze strutturali nel processo di soggettivazione come la ca-pacità di simbolizzazione, la creatività e la capacità di godere dell’arte. Se il contenitore-madre è stato capace di accogliere i terrori senza no-me del bambino, elementi beta, e attraverso la rêverie riproporglieli elaborati come elementi alfa, allora, nella reiterazione del processo, il bambino, non più spaventato, introietta la funzione alfa della madre che lo porterà a pensare da solo e per se stesso. Se questo incontro tra il contenitore materno e il contenuto che il bambino affida alla rêverie materna non avviene, il bambino privo di un contenitore è costretto ad affrontare una situazione di “senzeità”, solo nell’abisso di un vuoto senza nome che deve essere difensivamente riempito. Nell’avidità, il desiderio difensivo che ha sostituito la costruzione di un apparato per pensare, si ritrova ad alimentare se stesso in una corsa all’accaparramento di cose che non può mai interrompersi. La madre-analista può offrire una possibilità di nascere al bambino-paziente se, con la sua rêverie e il suo sognare il sogno del paziente, può portarlo a sperimentare per la prima volta nella sua vita, l’esperienza delle emozioni.
Analizzando i sogni di una giovane anoressica, e le libere associa-zioni ad essi collegate, l’autrice contrappone le implicazioni psicopatologiche dell’avidità alle motivazioni inconsce di uno stile opposto, asti-nente e restrittivo, dove l’estremo controllo di sé e delle pulsioni è sen-tito come obiettivo ideale. Il lavoro prende a riferimento il modello kleiniano della relazione primaria, ma ventila anche una possibile incidenza dei traumi transgenerazionali sulla configurazione dell’Anoressia e dunque, per approfondire la genesi di tale area clinica, utilizza riferimenti classici della letteratura scientifica insieme ad apporti meno noti, ma documentati e originali. Le riflessioni intorno al tema dell’avidità accompagnano il filo conduttore del lavoro, che si prefigge di delineare le caratteristiche struttu-rali dell’Anoressia e offrire un approccio profondo, psicoanalitico, verso i seri livelli di sofferenza interiore che la sindrome comporta. Nel concludere l’autrice approda anche a un originale prospetto psicodia-gnostico che differenzia quattro tipologie cliniche di Anoressia, tra cui una forma oggi molto diffusa sia negli uomini che nelle donne, che va sotto il nome di Anoressia Subliminale.
Quando l’analista ascolta, si trova alla confluenza di influenze con-traddittorie tra ciò che le parole del paziente abbozzano come immagini e quelle che gli vengono suggerite dalla propria immaginazione. Parlare di “immagini”, aprirsi a questo linguaggio specifico è quindi una que-stione delicata, poiché le parole non possono rendere appieno questa influenza sensoriale. Il sorprendente e polisemico lavoro di Aby War-burg è una illustrazione benvenuta di come i frammenti possano essere utilizzati per cogliere quella che è la vita psichica in seduta. L’opera di Warburg si sviluppa all’inizio del XX secolo ed è quindi contemporanea alla definizione dell’edificio clinico e teorico della psicoanalisi freudiana. Una forte curiosità per i libri attraversa tutta la vita di Aby Warburg, un potere di attrazione tale da indurlo a stipulare un contratto con il fratello minore in base al quale rinunciava alla sua parte di eredità a patto di poter comprare tutti i libri che voleva. Questo appetito conti-nuò e si indirizzò verso varie scoperte, come un approccio originale al Rinascimento italiano, che fu la fonte di legami inventivi, e inoltre, du-rante un viaggio nel Nuovo Messico tra gli indiani Hopi, trasse le basi per una forma originale di osservazione etnologica. E così, silenziosa-mente, l’iconologia prese vita. Il lavoro di Warburg si sviluppò all’inizio del XX secolo ed è quindi contemporaneo alla definizione della costruzione clinica e teorica della psicoanalisi freudiana. L’articolo vuole essere un percorso discorsivo che segue il filo delle produzioni di Warburg, presentando dapprima una panoramica biogra-fica e intellettuale, sviluppando poi elementi di un lessico warburghia-no intorno a concetti chiave e considerando infine le possibili relazioni tra Freud e Warburg.
Indice per fascicoli, indice analitico per autori e per parole chiave, indice dei libri recensiti, indice delle riviste segnalate (Gli indici di tutte le annate di Psicoterapia e Scienze Umane sono alla pagina Internet www.psicoterapiaescienzeumane.it/#indici e inoltre nel PEP Web dove vi sono anche tutti gli articoli full-text fin dalla fondazione: https://pep-web.org/browse/PSU/volumes)