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Il contributo manifesta apprezzamento per l’operazione storiografica raffinata di analizzare il caso di studio della campagna di petizioni per l’abrogazione della costituzione del 1848 nelle Due Sicilie di metà XIX secolo, inserendolo nel quadro di un’indagine più ampia sulla controrivoluzione nel Mezzogiorno borbonico e sull’architettura del potere di Ferdinando II che si fonda su un nuovo assolutismo di stampo populista (se non plebeista). Al contempo, si sviluppano alcune considerazioni critiche riguardo l’interpretazione delle elezioni del 1848 e del plebiscito di unificazione del 1860 proposte dal libro di Marco Meriggi con riferimento al dibattito sul Risorgimento e l’Anti Risorgimento di massa.
L’intervento mette in relazione il lavoro di Marco Meriggi con le recenti revisioni storiografiche sulla natura del Risorgimento e sulla dimensione popolare dei movimenti controrivoluzionari europei. Inserisce il realismo popolare napoletano del 1848 nel più ampio quadro europeo, paragonandolo con fenomeni simili apparsi in Francia, Portogallo e Spagna negli stessi decenni. Infine richiama l’attenzione sulla flessibilità e la porosità degli schieramenti politici ottocenteschi.
L’intervento si sofferma su di un aspetto specifico della monarchia assoluta di Ferdinando II di Borbone così come emerge dal volume di Marco Meriggi: il suo definirsi, dopo la rivoluzione del 1848, sulla scia della volontà popolare. Vista da tale prospettiva, la ricerca di Meriggi sottrae il Mezzogiorno borbonico al paradigma dell’eccezionalità negativa e offre all’autrice la possibilità di confrontare il caso napoletano con le monarchie francese, britannica, russa e spagnola della prima metà del XIX secolo. La comparazione, intrecciata alla considerazione delle altre politiche del governo ferdinandeo esaminate in studi recenti, consente di comprendere la spinta di fondo nella ricerca del consenso popolare: creare una nazione napoletana moderna e – allo stesso tempo – orientata ideologicamente in senso reazionario che competesse con le moderne nazioni liberali.
L’autore introduce la discussione al volume di Marco Meriggi descrivendone sommariamente il contenuto ed evidenziandone alcuni tratti particolarmente meritevoli di attenzione. Offre dunque alcuni spunti di riflessione d’ordine più generale per poi lasciare la parola ai più circostanziati contributi critici dei partecipanti alla discussione.
In questo saggio è affrontato come caso di studio il processo decisionale che, tra l’aprile e il luglio del 1575, portò Filippo II ad autorizzare i nobili vecchi genovesi a prendere le armi contro la repubblica per risolvere la contesa con i nobili nuovi, saliti al potere a seguito di una rivolta popolare avvenuta alla metà di marzo. La documentazione pervenutaci consente di ricostruire nel dettaglio sia la fase informativa, sia quella consultiva, demandata al Consiglio di stato, sia quella decisionale, che venne gestita nel massimo segreto da Filippo II e dal suo segretario Antonio Pérez. La possibilità di illuminare, almeno in parte, quello che Arndt Brendecke ha definito il «black box of decision-making» permette di confrontare i risultati del caso di studio con alcune tendenze della storiografia sulla monarchia spagnola del cinque-seicento, che negli ultimi quarant’anni ha cambiato a più riprese punti di osservazione, concetti chiave e visioni d’insieme.
Il presente contributo rappresenta l’esito del progetto di ricerca “Option Digital”, condotto dalla Libera Università di Bolzano in collaborazione con la facoltà di Scienze Storiche dell’Università di Innsbruck, che prevedeva la digitalizzazione di documenti relativi alle opzioni di cittadinanza del 1939. L’autrice si è occupata in particolare di un caso di studio relativo all’area della Valcanale (prov. Udine) per cui all’analisi delle fonti digitalizzate è stata affiancata la ricerca presso l’Archivio di Stato di Udine, l’Ufficio Tavolare di Gradisca, l’Archivio della Carinzia, l’Archivio del Tirolo e l’Archivio Provinciale di Bolzano. Il saggio si propone analizzare le diverse migrazioni in Valcanale tra 1919 e 1950. Particolare attenzione sarà posta all’analisi delle Opzioni del 1939, al ruolo dell’Ente Nazionale per le Tre Venezie, al fine di mostrare come il tentativo di colonizzazione procedesse parallelamente sia sul fronte economico che su quello socioculturale. Verrà inoltre evidenziata anche una certa continuità nelle politiche antislave.
Nella formazione degli Stati territoriali moderni in connessione con la military revolution, accanto agli eserciti professionali un fenomeno caratteristico fu il costituirsi di “milizie”: forze armate permanenti di riserva, a basso costo, reclutate dai sovrani attraverso leve selettive di sudditi. Tale servizio militare, gratuito in linea di principio, era incentivato dall’ambìto porto d’armi e da privilegi fiscali e giudiziari. In questo contributo incentrato sul ducato di Mantova, piccolo Stato dall’alto valore strategico, l’autore, utilizzando fonti primarie inedite e inserendosi in chiave comparativa nel rinnovato filone storiografico del “militare”, offre un’approfondita analisi della “Milizia Nazionale” creata dai Gonzaga e mantenuta sotto la Casa d’Austria. Impiegata in compiti vari – presidio, autodifesa territoriale, protezione civile, contrasto alla criminalità – la milizia mantovana fu istituzione precoce e duratura, dato il suo impianto speculare alle gerarchie e ai sistemi clientelari della società.
Nel 1537, quando fu eletto “capo e primario” della Repubblica fiorentina, Cosimo I de’ Medici era ancora un ragazzo di diciassette anni, pressoché privo di esperienza politica. Nondimeno, egli riuscì a consolidare il proprio potere in appena sei anni. Secondo Riguccio Galluzzi, i segretari che già avevano servito il duca Alessandro giocarono un ruolo centrale in questo processo. Basato su un’ampia ricerca archivistica, il saggio ricostruisce il retroterra politico e l’attività di governo dei più importanti segretari che, grazie anche a Maria Salviati, iniziarono a collaborare con Cosimo I fin dal momento della sua elezione: Angelo Marzi, Francesco Campana, Ugolino Grifoni e Lelio Torelli. Essi avevano infatti già iniziato a lavorare per i Medici a Firenze o nello Stato pontificio tra gli anni Dieci e Venti del Cinquecento, e la loro lunga esperienza contribuì certamente al successo del principato mediceo nei suoi primi e travagliati anni di vita.
La lettura dei processi che segnarono la cristianità latina nel corso dei secoli centrali del medioevo non può prescindere dall’analisi delle definizioni teologiche e canonistiche che contribuirono a precisare e consolidare un immaginario del potere papale. L’autore rilegge tali sviluppi considerando come, parallelamente alla definizione di tale armamentario ideologico, se ne costruì uno relativo alle funzioni e alla posizione dei cardinali in seno alle strutture della Romana ecclesia. Seguendo un percorso cronologico e osservando il pensiero di alcuni tra i protagonisti della storia delle istituzioni ecclesiastiche di vertice tra XI e inizio XIII secolo il paper prova a contestualizzare la costruzione di questo immaginario cardinalizio.